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Stefano saluta Vienna

La formazione viennese del mio amico compositore, direttore d'orchestra, violinista ed organista è giunta al termine con il diploma (di laurea) in direzione corale alla locale università della musica (mdw). L'esame si è svolto in due tempi, con una prova privata ed un concerto pubblico. Prima, però, c'è stato il saggio di fine semestre della classe di direzione corale del M.o Lang (direttore del coro della Staatsoper), con gli allievi che si sono alternati nel dirigere il Webernchor nei Vespri di Mozart, estratti dalla Petite Messe Solennelle di Rossini, del Salmo 42 di Mendelssohn e dello Stabat Mater di Poulanc.

Non solo l'evento non era segnalato sul sito della mdw, ove invece figurano i saggi di tutti ma addirittura non c'era nemmeno un cartello sul posto. La scarsa pubblicità ha portato ad un pubblico esterno di forse quattro o cinque persone. Un vero peccato! Il coro non era eccezionale, almeno vocalmente parlando, nonostante sia composto da semi-professionisti, ma a maggior ragione ha mostrato come uno specchio il lavoro dei vari direttori. Si percepiva a pelle chi doveva ancora crescere, chi aveva rifinito nei dettagli il brano, chi si sbracciava teatralmente ma non aveva idea di cosa stesse facendo cantare, chi comunicava col coro, etc. Nonostante la sala era calda ed il repertorio lungo, il tempo è trascorso piacevolmente. Stefano è progredito parecchio dall'ultimo saggio semestrale cui assistetti, ora ha il pieno controllo dei cantori, dello spartito e del gesto. Ha fatto musica nel vero senso della parola. In un buon direttore di coro ci sono due aspetti fondamentali: il carisma, ossia l'autorevolezza verso i coristi, e l'interpretazione, ossia la comprensione musicale. Purtroppo sono entrambe cose che si costruiscono a fatica se uno non le possiede per talento innato. Ho notato che qualche studente, però, si accontenta di avere il carisma e non si spreva per lavorare sull'interpretazione musicale. E la tecnica? Quella s'impara, la tecnica è un mezzo, è usare il muscolo corretto al momento giusto, ma per conseguire un diploma presumo che la tecnica sia assodata (cosa che talvolta non accade nei conservatori italiani nemmeno per gli strumentisti, purtroppo).

La chiesa. Qui accompagnai la messa per la prima volta a Vienna.
Una settimana dopo, il 29 giugno, c'è stato il concerto di diploma, in cui Stefano ha diretto nuovamente il Webernchor in un repertorio a cappella alquanto complesso, tra Schütz, Bach e Mendelssohn ad 8 voci e Brahms e Distler. Tutta musica sacra, con un ideale percorso musico-culturale, musica tedesca e... luterana. Ottima scelta, se non fosse che per carenza di aule alla mdw l'esame si è svolto nella chiesetta barocca delle Suore Salesiane nei pressi del Belvedere e le sorelle hanno dovuto approvare il programma. Il concerto è andato bene, il rimbombo della chiesa ha forse aiutato tanto quanto la campanella delle suore ha distratto, il pubblico era un po' più numeroso tra insegnanti, amici direttori e musicisti, amici scienziati (portati da me) ed ovviamente i suoi genitori. Ha preso la lode, pienamente merita, soprattutto per l'enorme crescita fatta in così poco tempo.

Ora Stefano Maria Torchio torna a Padova. Non ha mai amato Vienna. Si era illuso fosse la fonte della scienza musicale ed ha trovato tradizionalismo, razzismo e chiusura mentale (con rare brillanti eccezioni). Non ha sentito il sostegno reciproco tra studenti che sperava, essendo comunque una comunità di squali (anche in questo caso le eccezioni si contano su una mano). Non vede opportunità nell'immediato futuro (un collega ha avuto un colpo di fortuna ed ora lavora alla Staatsoper, ma sono eventi che difficilmente capitano due volte), preferisce quindi rientrare in Italia e raccogliere i pensieri prima del prossimo passo. Non si può trascorrere una vita a studiare, ad un certo punto bisogna produrre. Gli faccio i migliori auguri di una carriera splendente, come direttore d'orchestra, di coro e compositore. Gli auguro inoltre di trovare il suo posto, sia inteso come luogo in cui vivere e sentirsi bene sia come posizione all'interno della storia della musica. Se questo sia un addio o un arrivederci saranno i posteri a dirlo.

Lunga notte delle chiese 2017

Ci risiamo. Sono tornata a Vienna e quindi ho ripreso la tradizione della corsa tra le chiese del centro per sentire musica di vari secoli e vedere ambienti e riti di diverse confessioni. Quest'anno il mio programma prevedeva momenti musicali in chiese vetero-cattoliche, cattoliche romane, luterane, calviniste e greco-ortodosse. In realtà ho rinunciato ad alcuni eventi per godermi meglio quelli scelti e la compagnia di alcuni amici che si sono uniti per parte del giro.

Maria am Gestade, ove ho iniziato e concluso la serata musicale
Si iniziato alle 17:50 con le campane di tutte le chiese in tono festoso. Ho visitato la Salvatorkirche, della chiesa vetero-cattolica. Oltre ad un organo storico, l'attrazione della serata era la possibilità di suonare le campane storiche, le sue corde scendono fino in cantoria. Ho proseguito nella chiesa di Maria am Gestade, ove ho seguito un concerto per flauto dolce contralto ed organo (Vivaldi). Ovviamente il flauto è stato amplificato, altrimenti sarebbe stato completamento coperto dall'organo, il cui suono è così simile. In passato ho accompagnato un flauto dolce (sonata di Cima) per studio, ma effettivamente l'accoppiata non funziona bene, meglio l'accompagnamento con un liuto con un clavicembalo. Al contrario, il flauto traverso, più potente, o un sopranino, molto più acuto, possono dare maggiori soddisfazioni, come sperimentato a Bxl con una flautista (Händel e Bach). Prima delle 19:00 ero nella Schottenkirche per l'Opus ultimum di Schütz, ossia il Salmo 119. Canto del cigno di un autore che apprezzo molto. Il coro, accompagnato al basso continuo dal direttore, non è particolarmente eccezionale, ma la buona volontà in un brano non facile (in doppio coro) si è notata, nonostante le numerose insicurezze nell'intonazione. Alle 20:00 mi sono spostata nella Michaelerkirche per sentire il claviorgano. Avevo già incontrato questo strumento anni fa a Schio in una rassegna organistica. Ottimo esecutore, repertorio azzeccato (Frescobaldi e Froberger) ed atmosfera raccolta nella cappella della Croce. A seguire il consueto assaggio dell'organo storico. Per le 21:00 ero nella Votivkirche per assistere finalmente ad una presentazione del celebre organo Walcker con concerto, invece la visita era limitata a poche persone che si erano già "prenotate", in chiesa era in corso un concerto più o meno jazz (non male, ma l'ambiente non si prestava a quel tipo di amplificazione) e non avevo voglia di aspettare solo per sentire da lontano il suono dello strumento che conoscevo, essendo stata questa la mia parrocchia durante il primo periodo a Vienna. Delusa per il cambio di programma inaspettato, ho proseguito assieme ad un collega verso la chiesa calvinista della città, ove ci hanno raggiunto altri amici per un concerto dal titolo interessante "Ich trink'Wein". Un ensemble vocale (tre coristi per voce), diretto da una ragazza che sembrava molto più giovane dei coristi, ha eseguito vari brani profani a cappella, di diversi secoli, che avevano come tema il bere, il cibo o comunque il godersi la vita. Cose cantabili in chiesa in ogni caso. Nulla di scandaloso. Concerto piacevole, dominato dall'entusiasmo della giovane direttrice. Niente di eccezionale ma il lavoro fatto era evidente. Essendo giunta in chiesa con un certo anticipo, ho avuto modo di sentire un coro coreano, ineccepibile dal punto di vista dell'impostazione della voce e dell'intonazione, ma totalmente privo di quella sensibilità che rende il far musica un piacere. La scelta successiva era tra musica barocca francese nell'adiacente chiesa luterana della città, ove ebbi il piacere e l'onore di prendere parte all'esecuzione di alcune cantate di Bach durante il mio primo soggiorno a Vienna, ed il ritorno nella chiesa di Maria am Gestade per un concerto gotico. Ha vinto questa seconda opzione per una suggestiva conclusione della serata con inni gregoriani, medievali, Dufay e Perotinus in un ambiente illuminato solo da candele, eseguiti abilmente dall'ensemble maschile di vox gotica.

Bilancio finale. Piacevole, senza troppo entusiasmo. All'inizio la sorpresa per un'iniziativa simile mi faceva correre da un posto all'altro per poter sentire il più possibile, ma ormai conosco le chiese ed anche molto di quanto proposto. Così ho rinunciato ai canti ortodossi, alla tradizionale Messa di Bruckner a Santo Stefano, alla musica nell'Hofkapelle ed al coro di voci bianche nell'Annakirche. Ho rinunciato alle chiese al di fuori del primo distretto (eccetto la Votivkirche) per non perdere troppo tempo negli spostamento. Ho rinunciato alle visite guidate, avendo già visto la torre del duomo e molte delle varie cripte. Mi sono goduta di più la serata ed i pochi concerti prescelti. L'unica nota stonata è stato l'appello alle offerte in alcune occasioni, per gli artisti o per l'ambiente. Sono a favore di un contributo, specialmente per gli artisti, ma vedo questa iniziativa annuale come l'occasione di mostrare quanto le chiese possano essere un posto ove star bene, aperto a tutti e secondo la sensibilità (spirituale) di ognuno.

L'organo "da" chiesa?

Inizialmente volevo recensire il tradizionale concerto del Lunedì dell'Angelo ad Abano, dal programma denso, volevo raccontare di come il M.o Finotti abbia analizzato Liszt fino a rasentare la frammentazione, di come abbia mostrato la bellezza e la genialità degli Schizzi di Schumann con soluzioni tecniche che hanno fatto apprezzare anche la versatilità dello strumento, di come abbia restituito la dolcezza e l'intimità di un Franck troppo spesso ridotto a mere interpretazioni romantico-liturgiche ed infine di come abbia esaltato la grandezza della fuga tripla BWV 552. Non lo faccio, perché la presentazione del concerto ed un recente episodio mi hanno fatto riflettere su come vediamo l'organo strumento musicale.

La signora che ha introdotto il concerto si era preparata e conosce bene sia i brani sia l'organista. Eppure ne ha dato un'interpretazione religiosa, in tema pasquale, che sinceramente mi è risultata un po' forzata. Correttamente ha giustificato il concerto in chiesa con una bella spiegazione, legando i brani come in un percorso da Triduo. Tutto giusto e molto bello. Ma i pezzi suonati non avevano alcuna indicazione liturgica o pure minimamente religiosa, tranne forse la fuga di Bach, tra i pochi casi di composizione libera associata ad un repertorio luterano. Il M.o Finotti insiste da sempre che persino i corali di Franck non hanno alcuna connotazione sacra. Figurarsi gli schizzi di Schumann! Se di teologia si tratta, è di livelli altissimi, al di sopra dei periodi liturgici.

la sottoscritta, non in chiesa
L'altro episodio che mi ha fatto riflettere è stato il commento di un'amica austro-ucraina, di tradizione ortodossa, che è venuta a trovarmi in cantoria in una parrocchietta di periferia a Vienna in cui ho accompagnato la messa. Per mostrarle l'organo, ho accennato diverse composizioni, tutte barocche (perché quello avevo sotto mano, sigh!), di diverse provenienze geografiche, cercando di giocare con i registri per differenziarne le sonorità. Lei ha esclamato che un organista è sprecato solo per accompagnare i canti! Ossia che lo strumento ed il musicista avrebbero delle potenzialità infinitamente maggiori di quanto venga richiesto dal servizio liturgico. Effettivamente nella chiesa luterana la figura dell'organista è valorizzata maggiormente, ha più spazio per improvvisazioni e preludi sui corali, composizioni libere, meditazioni, etc., ma resta sempre legato al repertorio "sacro".

Così mi è tornato in mente un interessantissimo e pessimistico articolo del M.o Finotti di revisione sulla situazione dell'organo a canne e dell'organista in Italia. Non c'è niente da fare, per noi l'organo è uno strumento esclusivamente da chiesa e l'organista un musicista inferiore rispetto ai colleghi perché relegato al repertorio liturgico. Per sentire un concerto d'organo bisogna andare in chiesa e quanto viene suonato deve essere prettamente legato al sacro. Recentemente mi sono interessata al mandolino, scoprendo un repertorio vastissimo ed uno strumento piuttosto versatile, eppure nell'immaginario collettivo il mandolino è lo strumento d'eccezione per la canzone italiana, o meglio, napoletana. Vittima di luoghi comuni limitanti come l'organo a canne. Ecco, tornando a questo strumento, sarebbe da ricordare che non è nato nelle chiese, anzi è nato prima della Chiesa, sembra venisse addirittura usato nei circhi romani durante gli spettacoli di gladiatori, quanto di più lontano dalla liturgia si possa pensare. Non hanno tutti i torti gli americani, dunque, a costruire enormi organi nei centri commerciali. Per molti compositori del XIX e XX secolo, l'organo era uno strumento dell'orchestra, né più né meno del corno. Tanto che appena varcate le Alpi troviamo quasi tutti i teatri dotati di un organo a canne, vero, non di un elettrofono d'emergenza.

Bisogna cambiare mentalità. O meglio, bisogna farla cambiare. Come? Facendo scoprire lo strumento. Al concerto di Pasqua ho invitato mia cugina, che da piccola ha preso lezioni di pianoforte, quindi non è affatto digiuna di musica. Per fortuna è arrivata un po' in ritardo, perdendo l'introduzione, quindi ha ascoltato il concerto senza il filtro liturgico e le è piaciuto, come se fosse andata a teatro a sentire un'orchestra. Molti dei miei colleghi di lavoro non hanno mai visto un organo da vicino, non sanno come funzioni e sono abituati a sentirlo in chiesa, almeno quelli che una volta all'anno vi mettono piede. Per questo mi piace invitarli a venire a trovarmi, magari quando studio e non alle messe. Non sono affatto una brava organista, ma spero di stimolare almeno la curiosità per uno strumento potenzialmente così versatile. Non c'è bisogno di 4 manuali e di 70 registri per spaziare dalla musica antica a quella contemporanea, mostrando i colori a disposizione e la libertà mentale dei compositori, loro sì svincolati in gran parte dal condizionamento liturgico.

Parsifal: l'oratorio incompreso

Oops, l'ho fatto di nuovo. Come recitava una banale canzone pop di qualche decennio fa ormai. Sono nuovamente andata a sentire un'opera di Wagner. Dopo il "Tristan und Isolde" mi sono concessa il "Parsifal", l'ultima fatica del compositore.

Il Parsifal è un'opera lunga (ca. 5h30, pause comprese), fortemente mistico-religiosa, tanto che a Vienna tradizionalmente viene eseguito nella settimana santa. Questa volta eccezionalmente la premiere è avuto luogo a fine marzo, perché l'opera si presentava con un nuovo allestimento. La locandina prevedeva cantanti di tutto rispetto (Geral Finley nella parte di Amfortas, René Pape in quella di Gurnemanz, Christopher Ventris nel ruolo del titolo e Nina Stemme come Kundry), diretti da nientepopodimeno che Semyon Bychkov.

BR-Klassik è più pesante di me nella critica (link)
Musicalmente una meraviglia! Come detto per il Tristano, Wagner trascende il concetto di opera teatrale, di dramma in musica, creando un flusso di coscienza con le note, o meglio con le armonie. In questo caso, Wagner ha cercato di rappresentare il senso del sacro, del mistero religioso, con momenti chiave della vita cristiana (la Comunione alla fine del primo atto, la tentazione nel secondo, il perdono con la lavanda dei piedi, il battesimo e la sacra unzione nell'ultimo, che si svolge il venerdì santo). Ad essere sincera, ho trovato alcuni lunghi monologhi puramente narrativi non particolarmente significativi, ma non succedendo molto il scena comprendo che ci sia la necessità di far conoscere all'uditore gli antefatti.

L'edizione ascoltata ha avuto una direzione magnifica. Non è mancata la pelle d'oca. Romanticismo puro, con una profondità travolgente, grazie agli otto contrabbassi e (stavolta) alla perfezione del settore fiati. Nina Stemme superlativa, sia vocalmente sia come attrice. Buona interpretazione anche quella di René Pape, nonostante si sia trattata di una sostituzione quasi all'ultimo momento. Più che discreto Christopher Ventris, anche se non ha raggiunto le vette del Gould del Tristano. Buoni gli altri comprimari. In taluni punti l'orchestra ha coperto il canto, forse perché i cantanti si trovavano in un registro non ottimale, forse per un coinvolgimento eccessivo del direttore o forse semplicemente perché quest'opera è stata pensata per il teatro di Bayreuth, con l'orchestra nel golfo mistico. Il pubblico, numeroso come sempre, ha mostrato di conoscere bene la tradizione e la composizione, non applaudendo alla fine del I atto ed aspettando che calasse il sipario per l'applauso finale, anche in segno di rispetto per l'aspetto quasi mistico della composizione. In certi punti si respirava più sacralità che nella maggior parte delle nostre chiese durante le messe domenicali...

La regia di Alvis Hermanis merita un commento a parte. L'intera vicenda, originariamente ambientata all'epoca dei cavalieri che custodivano il Sacro Graal, è stata trasposta nella Vienna dei primi del '900 con le architetture di Otto Wagner.  L'idea di giocare con l'omonimia di questi due grandi artisti è decisamente infantile. Ciononostante la regia era scenograficamente maestosa e ben fatta. Ambientare il tutto in un ospedale poteva pure vere un senso, ma non sminuire il senso mistico con una clinica psichiatrica, in cui il Graal è una riproduzione del cervello che s'illumina a tratti e la narrazione proiettata in gotico come fosse il racconto di un folle senza relazione con la realtà. A mio parere, il regista ha mostrato di saper fare un buon lavoro ma di aver completamente travisato il senso dell'opera. O di averlo voluto cambiare, ma senza riuscire a comunicarlo efficacemente al pubblico.

Non sparate sul pianista

Domenica scorsa ho avuto modo di sentire un concerto alla Klaviergalerie. Si tratta di uno spazio espositivo ove vengono riparati e venduti pianoforti ed ove studenti possono noleggiare aule per esercitarsi a prezzi modici. Quest'area comprende anche una sala ove vengono quasi regolarmente organizzati concerti. In genere ad ingresso gratuito ed offerta libera.

un'immagine dal web della Klaviergalerie
Domenica la pianista Anna Magdalena Kokits ha presentato una selezione di composizioni per pianoforte per periodo romantico ed il gruppo costituito da Giulia Brinckmeier (violino), Bas Jongen (violoncello) e Julian Yo Hedenborg (pianoforte) ha eseguito il Trio op. 1 n. 2 di Ludwig van Beethoven.

Ho sentito solo parte delle prove della pianista solista, ma ne ho avuto un'ottima impressione. Il pianoforte diventava un'estensione delle sue dita nell'interpretazione di un repertorio complesso. Il trio, di cui conoscevo la violinista (più volte citata in questo blog) ha dato una prova magnifica, sottolineando con leggerezza tutte le sfaccettature della composizione ed i repentini cambi di tempo e di umore. Unico difetto forse il "volume" del pianoforte, che di sovente sovrastava gli archi. Mi è pure venuto il sospetto che fosse in qualche modo voluto e non da imputare allo strumento o alla posizione. Il pianista in questione fungeva da organizzatore o almeno da portavoce e presentatore del concerto. In questa funzione ha cacciato la sottoscritta, arrivata con un po' di anticipo, ed ha fatto attendere lo scarso pubblico in piedi sulle scale, iniziando il concerto con circa 10 minuti di ritardo. Questo comportamento ha stonato letteralmente con l'idea di un piacevole pomeriggio musicale in un ambiente quasi familiare. Lo stesso pianista, al termine del concerto si è lanciato in un bis da solista, senza annunciare il brano. Se bis doveva essere, avrebbero dovuto farlo tutti. Tra l'altro, avrei volentieri sentito il talentuoso violoncellista in un assolo. Nel famigerato bis, il pianista ha mostrato di essere tecnicamente abile ma di non avere la sensibilità della collega che l'aveva preceduto. Considerando la sua evidente ansia da prestazione, avrei evitato volentieri un confronto diretto.

Wagner!!!

Finalmente c'è stata la mia prima volta con un'opera di Wagner dal vivo, alla Staatsoper di Vienna, con il Tristan und Isolde. Ciò è stato possibile grazie ad un regalo dei colleghi in Belgio, che mi ha permesso di prendere dei posti a sedere (non avrei retto cinque ore in piedi). Vi sono andata con due colleghe dell'università di Vienna, tra cui un'austriaca che per lungo tempo ha lavorato proprio all'opera come maschera e che conosce a menadito i lavori di Wagner.

foto: wiener staatsoper / ashley taylor
Cinque ore di opera, tra musiche e due pause. All'inizio ero preoccupata, reggerò? Soprattutto perché la trama è piuttosto semplice (come ha detto qualcuno, non succede praticamente nulla per gran parte del tempo) e non c'è una sola aria cantabile e memorabile. In realtà si tratta di un concetto di opera completamente diverso dalla classica opera italiana. Un flusso continuo di musica che descrive l'evoluzione di un sentimento, che racchiude la vita, il tormento, la passione e la morte. In Verdi le trame sono complicatissime, tanto che in taluni casi fatico a ricordare tutti i passaggi (vedi Trovatore o Forza del destino), ma abitualmente l'azione scenica si ferma per far partire la cabaletta che magari viene ripetuta una o più volte a seconda dell'abilità del o della cantante. In Wagner, nato nello stesso anno di Verdi, tutto questo non c'è. Si nota già dalla regia scarna, dai costumi semplici, i movimenti limitati. Potrebbero benissimo eseguire le opere di Wagner in forma di concerto, non cambierebbe nulla. La protagonista è la musica.

celebre caricatura del pubblico wagneriano dopo l'opera
 In questa edizione, con la regia di David McVicar, riprendendo una produzione ormai storica, lode a Stephen Gould nella parte di Tristan, davvero superlativo, nonostante per la prima volta in questo ruolo a Vienna. Voce molto bella e soprattutto duttile. Meno brillante, a mio parere, il soprano Petra Lang, Isolde, anche lei debuttante in questo ruolo a Vienna. Meglio Sophie Koch nella parte di Brangäne, ma forse anche più rilassata perché in un ruolo meno impegnativo.  Nella media gli altri cantanti. In ogni caso ci vogliono una preparazione particolare ed una resistenza non da poco per affrontare Wagner. Difatti non ci sono giovani cantanti ad affrontarlo. Ci si immagina i due protagonisti come dei focosi adolescenti, invece ci si trova davanti degli imponenti cinquantenni o quasi. Wagner è da ascoltare, non da vedere. La fatica fisica e mentale di portare avanti quest'opera grava anche sulle spalle del direttore. La melodia tende all'infinito, senza mai trovare riposo in una cadenza perfetta. È difficile riuscire a sostenere tale tensione continua. Non si tratta di Mozart. L'orchestra ha avuto un paio di palesi defaillance che probabilmente verranno superate nelle repliche, si spera. Ciononostante Mikko Franck ha dato una buona prova. Bella l'idea di mettere il coro maschile nella balconata dell'imperatore, al buio, con il direttore con una bacchetta luminosa ed uno schermo per seguire il direttore generale, invece di avere il coro dietro le quinte.

Ci sarà anche una seconda volta con Wagner? Spero proprio di sì, magari con la premiere di Parsifal, sempre alla Staatsoper. Devo prepararmi, però. Perché un'opera di Wagner lascia sempre distrutti nel fisico e nell'animo, anche chi l'ascolta, non solo i cantanti. È un'esperienza faticosa ma appagante.

Ritorno al Musikverein

Non ricordo l'ultima volta al Musikverein prima di lasciare Vienna, ma ricordo la prima, ben sei anni fa, per sentire Harnoncourt dirigere Monteverdi, con una collega italiana che stava per lasciare la città. A pensarci bene, probabilmente non fu la prima volta al Musikverein, ma per la prima volta presi un posto a sedere, accanto all'organo, invece dei soliti in piedi in fondo. Dopo esattamente sei anni, per la prima volta dal rientro a Vienna, sono tornata al Musikverein, stavolta nella sala Brahms, ma nuovamente con un posto a sedere. L'occasione è stato un concerto in cui suonava Giulia, la violinista di cui più volte ho parlato.

Il programma ha previsto: Purcell Music for the Funeral of Queen Mary, Britten Ciaccona in sol minore da Purcell, Pärt Canto in memoria di Benjamin Britten nella prima parte e l'intera messa da Requiem di Mozart KV 626 nella seconda. Con l'orchestra del Wiener Concert-Verein, con il coro della Radio Croata (che festeggiava 75 anni), diretti da Tonči Bilić, ed i solisti (nel Requiem) Ivana Lazar (S), Ivana Sbrljan (mezzo) Ivo Gamulin Gianni (T) e Ivica Čikeš (B).
la sala Brahms del Musikverein dalla balconata sopra il podio
A parte la scelta un po' funerea, il concerto mi è piaciuto molto. In particolare ho scoperto il Canto di Pärt, autore cui mi sto appassionando sempre di più, nonostante l'essenzialità della composizione rispetto al mio mito, Bach. Purcell è sempre solenne e Britten una gioia per gli orecchi. Non ho condiviso la scelta di alcuni tempi del Requiem, ma nel complesso esecuzioni piuttosto tradizionale, non straordinaria. Nessuno dei solisti ha brillato in modo particolare, il coro ha dato una buona prova, a parte un'occasionale leggera calata dei tenori. Non ho sentito la compagine particolarmente affiatata, eppure lo stesso programma era già stato proposto a Zagabria qualche giorno fa. Forse ha pesato un po' la stanchezza o forse l'impietosa acustica della sala.

Che impressione mi ha fatto tornare al Musikverein? Portandoci un collega che non c'era mai stato, ma che ama e comprende la musica, l'ho rivissuto con gli occhi della sorpresa. Per tutti i dettagli che io avevo dimenticato e che lui vedeva per la prima volta. Il concerto è stato seguito da una piacevole semicena con la violinista di cui sopra e Stefano, il compositore e direttore di cui ho parlato in precedenza. In pochi minuti si è creata una bella sintonia nel gruppo, come difficilmente mi era accaduto quando ho cercato di portare colleghi ad occasioni musicali e viceversa. È bello essere tornata a Vienna!

Tra morti e Santi

Il "ponte dei morti", come si usa dire dalle mie parti, è stato ben utilizzato per allargare il mio orizzonte musicale, ascoltando due concerti/celebrazioni particolari: il Requiem di Duruflé e la Messa in la maggiore di Franck.

da link
Domenica 30 nella Marienpfarre, una chiesona di fine '800 nel XVII distretto, si è tenuto un vero e proprio concerto "ecumenico" in tema Duruflé, ricordandone i 30 anni dalla morte. Per quest'omaggio si sono riuniti la Wiener Evangelische Kantorei, il coro della Marienpfarre e l'ensemble pro musica sacra della Pauluskirche, diretti da Martin Zeller, accompagnati all'organo da Wolfgang Capek e con i brani introdotti dalle rispettive melodie gregoriane intonate da quattro elementi della Wiener Choralschola. L'idea di far sentire il canto gregoriano da cui Duruflé ha tratto l'ispirazione è stata particolarmente azzeccata, non solo per comprendere meglio la rielaborazione dell'autore, ma anche per prolungare la mezz'oretta scarsa del Requiem fino alla normale durata di un concerto di almeno un'ora. Il tutto è stato preceduto dalla Toccata dalla Suite op. 5 dello stesso autore. Nel complesso hanno fornito una buona esecuzione, un plauso particolare all'organista, titolare nella Augustinerkirche, che ha confermato la sua abilità allo strumento, in questo caso un modesto Rieger. Duruflé ha chiaramente preso spunto dal lavoro di Fauré, usando i medesimi numeri, quindi rompendo la tradizione delle messe da Requiem dei secoli precedenti. Anche l'uso dei solisti e lo schema compositivo di alcuni brani richiamavano fortemente l'omonima composizione di Fauré. Ho trovato interessante la rielaborazione delle melodie gregoriane, rendendolo un Requiem più accessibile e mistico del precedente e svincolando il ritmo dal tempo classico. Niente di estremamente moderno nelle armonie. In qualche modo ancora figlio dell'ultimo romanticismo francese, a mio parere.


l'organo dell'Alserkirche
Stamattina, nella mia parrocchia, Alserkirche, nel IX distretto, l'ordinario della santa messa è stato cantato dal coro della Wiener Tonkunstvereinigung, diretto da Laura Perez Soria ed accompagnato all'organo da Henriette Nagy. Il coro ha purtroppo dimostrato di non essere abituato a cantare in chiesa, in particolar modo in questa. Sorvolo sulle chiacchiere da mercato in cantoria prima dell'inizio della celebrazione, ma pure il bilanciamento di sonorità tra organo e coro è risultato fallimentare, con l'organo che copriva il coro nella maggior parte dei casi. Le voci erano numerose ma in taluni punti poco curate e talvolta con qualche problema d'intonazione. La pronuncia tedesca di una messa latina composta da un belga che lavorava a Parigi non si poteva sentire. L'organista, invece, ha gestito discretamente lo strumento ed il repertorio, oltre a fornire un buon accompagnamento alla liturgia con interessanti improvvisazioni sui corali ed una frizzante Toccatina di Dubois alla fine. La messa in la di Franck è un'opera articolata, piena di spunti musicali secondo il testo, con un accompagnamento chiaramente orchestrale anche all'organo (con l'aggiunta di un'arpa e di un violoncello). Della messa originaria farebbe parte anche il celeberrimo Panis angelicus, per fortuna non eseguito, oltre al Credo che invece è stato recitato dai fedeli.

Questo repertorio è ingiustamente poco ascoltato. Forse perché in qualche modo di origine francofona. Pur preferendo il Requiem di Fauré, mi farebbe piacere riascoltare e magari cantare la versione di Duruflé. Per quanto riguarda la messa di Franck, probabilmente un ensemble differente ed un'occasione diversa avrebbero reso maggior onore alla composizione, però apprezzo enormemente l'iniziativa, essendo Alserkirche una parrocchia a metà tra centro e periferia, con generalmente poca gente alle celebrazione e di età avanzata. Quello che è normale per l'Augustinerkirche, la Jesuitenkirche o Stephansdom diventa qui una rarità eccezionale.

Luci e suoni del Baltico a Vienna

Ieri sera ho assistito ad un concerto di rarissimo ascolto a Vienna. Si trattava di uno spettacolo audio-visivo, con musiche di compositori contemporanei e proiezione d'immagini di paesaggi, cieli stellati e viaggi nella Via Lattea sapientemente alternate con riprese (in diretta?) dei musicisti. Per questa occasione sono tornata all'università per la musica, ma stavolta nella sala Haydn, una piccola moderna sala da concerti. L'ideatore dell'evento, Lothar Strauß, ha sapientemente e simpaticamente introdotto l'iniziativa ed i vari brani e solo alla fine ho avuto la conferma che un'idea simile potesse venire solo da... Berlino. Il professore in questione lavora a Vienna da un anno, ma è nato e cresciuto nella frizzante capitale tedesca.

immagine della Via Lattea
Il concerto ha previsto: "Fratres" di Arvo Pärt (1935- ) per violino, orchestra d'archi e percussioni, "Ballata per arpa ed archi" di Einojuhani Rautavaara (1928-2016) ed il concerto per violino ed orchestra d'archi "Fernes Licht" (luce lontana) di Peteris Vasks (1946- ). L'orchestra da camera dell'università diretta da Vladimir Kiradjiev ha accompagnato le soliste Anastasia Harazade, Angela Rief e Indre Dromantaite. Quindi compositore estone, finlandese e lettone rispettivamente. Musicalmente Pärt è una rassicurante conferma. Ha un suo stile, scarno, fatto di suoni da ammirare singolarmente. Il brano si presterebbe benissimo ad essere adattato per violino ed organo ed è strano il compositore non l'abbia ancora fatto, nonostante le varie trascrizioni del pezzo per gli ensemble più vari. Rautavaara non mi ha colpito, vi ho trovato troppi "effetti speciali" ma niente di memorabile. Vasks, invece, è stata un'intensa e piacevole scoperta. Il suo concerto per violino ripercorre un po' la storia della musica, inserendo tecniche di vari secoli, ma allo stesso tempo è in una complessa e ben organizzata forma circolare. Come ha detto Strauß, non è da escludere un intento teologico nella composizione. L'orchestra se l'è cavata, il repertorio non era affatto facile. Il primo violino mi ha dato l'impressione di un carro armato, ma l'importante è il risultato. Le soliste sono state tutte brave. Nell'ultima traspariva la tensione ma effettivamente il brano era tecnicamente non facile. La sincronizzazione immagini-musica non era perfetta, in particolare i musicisti comparivano sullo schermo sempre un pizzico in ritardo rispetto a quanto suonato. Non avendo visto altre telecamere tranne una girevole posta di lato, credo che le riprese non fossero in diretta. Doppia fatica, quindi, coordinare il tutto a tempo.

Questo concerto fa parte di una serie di eventi dell'università in cui altri concerti con musica contemporanea e di provenienza "nordica" si alternano a mostre e proiezioni dell'istituto di cinema. In questo caso sono venuta a conoscenza dell'iniziativa grazie alla violinista di cui ho raccontato in precedenza, che qui suonava nell'orchestra d'archi, ma credo di mettere in programma altri concerti del festival. Come detto, una cosa simile è più unica che rara in una città musicale ma un tantino fossilizzata nell'accademismo come Vienna.

Orgeltag, il giorno dell'organo

Sabato scorso, 15 ottobre, ho partecipato alla IV edizione della giornata dell'organo.Dalle 14:30 alle 23 si sono succeduti concerti nelle chiese più note della città, dall'organo più antico al più recente, con il solo scopo di sensibilizzare la gente alla presenza di questo strumento. Mi sarebbe piaciuto si fossero unite anche le sale da concerto, per sfatare il mito che l'organo sia uno strumento prettamente da chiesa, ma magari la prossima volta.

foto da Wikipedia
Il programma completo si trova qui. Ovviamente ho dovuto fare una selezione, tra l'altro saltando a piè pari tutte le esecuzioni degli studenti delle locali scuole di musica. Causa altre priorità ho intenzionalmente perso il primo concerto alla Dominikanerkirche ma mi sono trovata poco prima delle 16 in Michaelerplatz con un’amica che mi ha accompagnato per tutta la maratona organistica. Potevamo scegliere tra l’Augustiner- e la Michaelerkirche ed abbiamo optato per quest’ultima per l’organo storico (inizio 1714).  Strumento che non delude mai, anche perché Manuel Schuen, l’organista, vi suona da anni. Avrei gradito qualche azzardo in più nella registrazione, che invece era rigidamente consona al repertorio (Kerll, Frescobaldi, Böhm, etc.). Due particolari non musicali hanno stonato: l’insistenza nel chiedere un’offerta da parte del parroco, tenendo conto che in questa chiesa già tengono regolarmente concertini per turisti per finanziare il recente restauro dello strumento, e la richiesta del programma all’uscita, un semplice A4 fotocopiato in cui facevano pure pubblicità alle altre iniziative musicali della parrocchia ed ai CD da loro prodotti.

foto da Wikipedia
Non siamo rimaste fino al termine perché alle 16:30 iniziava un altro concerto alla Jesuitenkirche. Qui, prima abbiamo sentito la studentessa moldava Cristina Galusca in Bach (Concerto Bach-Vivaldi in re minore BWV596), Mendelssohn (VI sonata op. 65/6) e Reger (fantasia corale su “Wachet auf, ruft uns die Stimme” op. 52/2) e poi il suo insegnante Michael Gailit in Bach (Partita su “Christ, der du bist der helle Tag” BWV766 e preludi corali su “Allein Gott in der Höh sei Ehr” BWV662-664 dalla collezione di Lipsia) e Schmidt (Ciaccona in do diesis minore). La prima ha pagato la giovane età e l’inesperienza. Non ha saputo gestire bene i registri e l’interpretazione era scolastica ed immatura. In Bach il primo allegro era troppo lento (o meglio, privo di ritmo), mentre l’adagio era troppo veloce e poco lezioso. La seconda variazione sul corale in Mendelssohn era confusa, causa registri errati al pedale. Tecnicamente le sbavature erano trascurabili, ma appena l’insegnante ha iniziato a suonare pure la mia amica, non organista, ha convenuto che sembrava di sentire un altro strumento. Lui sì conosceva bene come far tremare le pareti della chiesa o raggiungere il limite dell’udibile, come pulire i suoni, gestire il fraseggio e dare un senso alla composizione. Per carità, nulla di eccezionale, semplicemente la mano navigata di qualcuno che evidentemente conosce l’organo e l’ambiente in cui si trova. La ciaccona di Schmidt resta per me un pezzo troppo lungo e difficilmente digeribile.

Wöckherl-Orgel, foto da Wikipedia
Per le 19 eravamo nella Franziskanerkirche per un concerto alquanto inusuale: serie di improvvisazioni con l’organo Wöckherl (1642, con temperamento mesotonico), l’organo Rieger (equabile) e voce. Allo strumento contemporaneo c'era Manfred Tausch, allo strumento antico, al positivo ed incaricato della presentazione Johannes Ebenbauer ed il soprano era Susanne Kurz. Oltre ad essere piuttosto bravi nell’improvvisare in diversi stili, hanno mostrato un certo affiatamento nel suonare assieme. Interessante combinazione tra  organi così diversi. L'impatto iniziale ha fatto sembrare lo strumento antico “stonato” e modesto rispetto al possente Rieger ma poi la bellezza delle armonie e dei registri dello strumento storico ha prevalso sull'impersonalità di quello moderno.

Dopo una tradizionale cena viennese, innaffiata dal mio primo Sturm, abbiamo fatto a tempo a sentire parte dell’ultimo concerto della giornata, a Stephansdom. Ascoltare musica nella cattedrale di sera assume sempre i contorni di un’esperienza mistica, probabilmente per l’oscurità, le dimensioni della chiesa e l’acustica. Konstantin Reymaier ha eseguito sul nuovo Rieger Bach, un’improvvisazione e una trascrizione del celeberrimo adagio dalla VII di Bruckner, per terminare con una piccola improvvisazione sulla ninna nanna di Brahms. Anche qui nulla di eccezionale, ma l’organo merita e l’ambientazione è unica. L’unico rammarico è storico, perché Bruckner ha prestato regolare servizio come organista ma ha composto poco o nulla per questo strumento, nonostante sui nostri libri di storia della musica si dica che il suo stile compositivo risenta della formazione organistica.

Conclusione. Come la lunga notte delle chiese, credo sia un’iniziativa da ripetere e copiare. Ancora troppe persone si rifiutano di mettere piede in chiesa per paura di non so cosa e così facendo si perdono grandi opere d'arte. Indipendentemente dalla fede o qui anche dalle tasse, la musica come la pittura sono state finanziate in passato dalla Chiesa e non possono essere da questa svincolate. Inoltre molte persone non sanno che un organo ha una pedaliera che copre due ottave e mezza, che gli spartiti per organo sono scritti su tre righi per questo motivo, non sanno cosa sia un registro e quanto complesso ed evoluto sia il meccanismo di funzionamento di questo strumento, non sanno nulla di temperamenti ed accordature, etc. Associano l'organo solamente a noiosi accompagnamenti dei canti durante la messa, senza nemmeno immaginare che quello strumento ha il potenziale di un'orchestra intera. Il 75% del repertorio organistico non è prettamente liturgico. In tutto il pomeriggio ho sentito solo qualche corale che può essere quindi definito musica sacra, tra l’altro corale luterano in chiesa cattolica. Per il resto, tra preludi, ciaccone, toccate e canzoni non c’era nulla di “religioso” se non l'ambientazione. Speriamo di aver demolito qualche pregiudizio!

Metti una sera in conservatorio a Vienna

Dopo le consuete 10-11 ore in ufficio, qualche sera fa sono andata all’università musicale per assistere ad una prova pre-laurea di una violinista ed una violista. Ho conosciuto la violinista, italiana, durante le riprese di un documentario in cui entrambe abbiamo partecipato come comparse. Stanchezza e fame (non avevo cenato) sono passate all’istante appena varcata la porta di quel solenne edificio tutto illuminato in una fredda e buia serata d’autunno. Nell'aula c'erano già altri amici e conoscenti delle due laureande, tutti musicisti e di varie nazionalità. Il programma delle due ragazze era impressionante, specialmente per la violinista. Oltre a qualche solo, erano previsti anche passi di concerto accompagnati al pianoforte da una collega. Per un'ora e mezza sono stata trascinata nelle spire di Schubert e poi sulle vette di Brahms, passando per il ritmo travolgente di Bartok e la spensieratezza intelligente di Mozart. Un vortice senza fine. Anche di ricordi, dei tempi del conservatorio, i miei vent’anni, delle lezioni di solfeggio che impartivo dopo il diploma (complice la lavagna pentagrammata) e della mia prima esperienza viennese, quando giravo ovunque con la bici come questi ragazzi seguendo tutti i concerti gratuiti offerti dalla città. Alle 21:30 abbiamo dovuto scappare perché altrimenti non avrebbero più concesso aule per studiare alle due ragazze (sempre meglio del Pollini ove ai nostri tempi alle 18:30 sbattevano fuori se non c’era l’insegnante e trovare un’aula per studiare era sempre un’impresa impossibile). La serata è proseguita con una birra internazionale e musicale, in un locale pieno di fumo (sì, qui è ancora ammesso) e di studenti del conservatorio. Una tipica serata viennese bohemien.

© Universität für Musik und darstellende Kunst Wien
Dal punto di vista musicale, ho avuto l'occasione di riflettere sul nostro modo di fare musica. Entrambe le ragazze hanno dimostrato una buona preparazione di base, eppure ognuna rispecchiava l'origine. La violista francese gigioneggiava, le veniva naturale. Il repertorio romantico l’aiutava molto, un po’ meno Bartok. Nella violinista italiana, invece, trasparivano l'emozione e l'atteggiamento ipercritico verso se stessa. Ha mostrata un'abilità tecnica impressionante, con minime sbavature che non sarebbero nemmeno state notate se lei stessa non ci avesse dato tanto peso. Acciderbola, mi ci sono riconosciuta! I nostri insegnanti (anche in campo scientifico) ci hanno instillato l’insicurezza, talvolta per la loro ansia da prestazione, talvolta per poter mantenere il loro potere su di noi, talvolta per frustrazione (senza una carriera concertistica in corso) e talvolta per desiderio di stimolare l'allievo a dare il massimo e spiccare il volo. Finché non s'incontra l'insegnante che ci dà fiducia o non si raggiunge da soli la pace con se stessi, ci fissiamo degli standard di perfezione che proprio perché irraggiungibili umanamente ci lasceranno sempre insoddisfatti delle nostre performance. Nel caso della violinista, senza motivo, perché anche a livello interpretativo ha mostrato una maturità di tutto rispetto, decisamente maggiore di quella della collega francese, che suonava tutto più o meno con lo stesso approccio. Nel primo movimento del concerto di Brahms mi è venuta letteralmente la pelle d’oca! L'esito dell'esame le ha riconosciuto il talento che già in una semplice prova casalinga aveva mostrato. Mi auguro un giorno di sentirla per radio o meglio ancora dal vivo al Musikverein come solista.

Restando in tema autocritica, abbiamo il terrore del giudizio degli altri ma i primi insoddisfatti siamo noi stessi. Ci perdiamo il piacere di far musica, non ci rendiamo conto di essere dei privilegiati. Essere stata invitata ad una serata simile per me è valso più di una cena a base di pesce nel migliore ristorante della città. Eppure temo che solo chi abbia pianto e sudato cercando di sistemare un passaggio tecnico complesso, solo chi ha dovuto aspettare anni prima di suonare un pezzo decente e solo chi non ha smesso mai d’imparare e guarda con la curiosità e l’entusiasmo di un bambino qualsiasi nuovo spartito possa apprezzare fino in fondo un'occasione simile e godersela pienamente. Il vantaggio della musica è che può essere goduta a vari livelli anche senza averla studiata, nonostante potendola capire ci si trova come dopo aver imparato una lingua straniera e finalmente poter leggere un libro o vedere un film in lingua originale. In questo caso particolare non era tanto il comprendere il linguaggio musicale l'aspetto fondamentale per apprezzare la serata, quanto piuttosto la condivisione dello sforzo, degli anni, dell'ansia dell'esame, della paura del parere di chi ci conosce, etc. ossia del mettersi a nudo di fronte ad un pubblico. Tutto sommato, a posteriori, il rinfrescarsi di un'emozione complessa che ha lasciato una cicatrice di ricordi positivi e dolorosi allo stesso tempo.

La prima volta di Mrs. Pinkerton

La stagione del Filmfestival al Rathaus volge al termine e mi sono concessa un'ultima serata grazie alla compagnia di un'amica e collega tedesca. L'occasione perfetta era la proiezione della Madama Butterfly di Puccini nell'allestimento del Metropolitan del 2009, con Patricia Racette (Butterfly), Marcello Giordani (Pinkerton), Maria Zifchak (Suzuki), Dwayne Croft (Console), diretto da Patrick Summers con la regia del compianto premio oscar Anthony Minghella.

È stata la prima volta per me con Butterfly per intero (link ad una versione critica). Ho rafforzato la mia opinione, adoro Boheme e Tosca, ma le altre opere di Puccini non m'ispirano allo stesso modo, le trovo troppo… “urlate” per i miei gusti antiquati. Nel caso di Butterfly ci sono momenti sublimi, bisogna ammetterlo, inoltre la storia è molto moderna e coinvolgente. Ciononostante ho trovato strano udire un fugato, pur se ben fatto e basato su una citazione, nella sinfonia iniziale. Per un attimo ho creduto di aver beccato Mozart (Zauberflöte per esempio)!

Il bimbo con l'ingombrante presenza dei 3 burattinai
I cantanti se la sono cavata egregiamente. Butterfly molto espressiva, anche se chiaramente più vecchia dei 15 anni previsti dalla storia, quindi l’atteggiamento da bambolina ed ingenuo suonava manierista. Suzuki brava. Entrambe, però, non hanno curato molto la pronuncia. Pinkerton, chiaramente italiano, ha reso il carattere più mediterraneo che americano, ma egregiamente. Il console ha mostrato una grande forza drammatica. Goro se l’è cavata ma non so se intenzionalmente o meno è diventato una macchietta forzatamente effemminata. Bello l’adattamento con richiami al teatro giapponese, pur forse con qualche minima svista o forse voluto adattamento alla mentalità USA (davvero trascurabile). Non ho apprezzato la scelta di usare un burattino (animato da ben 3 persone) per il figlio. Al di là della tradizione giapponese e della simbologia che qualcuno ha voluto vedere nel rendere la solitudine e la discriminazione che vivrà il bimbo, avrei preferivo vedere un fanciullo in carne ed ossa come sempre. Probabilmente dal vivo in teatro i tre burattinai mascherati di nero quasi non si notavano, ma nelle riprese video erano un fattore di disturbo e distrazione.

Bella serata. Freddina ma limpida. Dubito riuscirò ad assistere ad altre proiezioni per quest'anno. In compenso tra poco inizia la stagione alla Staatsoper, ove potrò finalmente godere di opere dal vivo, magari quest'anno mi concedo pure un Wagner.

Rigoletto al casinò

Finalmente di nuovo a Vienna, archiviati gli Europei è ripreso come ogni anno il Filmfestival a Rathausplatz ed ho ripreso la bella abitudine di vedere opere  liriche proiettate su uno schermo gigante di 300 mq. Una delle cose che mi è mancata in questi anni, assieme all’estate stessa. Per motivi vari, la prima opera scelta è Rigoletto di Giuseppe Verdi, nella versione del 2013 al Metropolitan di New York. Ecco la locandina: Piotr Beczala (Duca di Mantova), Željko Lučić (Rigoletto), Diana Damrau (Gilda), Štefan Kocán (Sparafucile) e Oksana Volkova (Maddalena), con la direzione musicale del giovane Michele Mariotti in una produzione di Michael Mayer.

Una scena, presa dalla rete.
La trasposizione nella Las Vegas degli anni ’60 mi suonava tremenda. Già in passato ho visto opere rovinate da modernizzazioni prive di senso. Invece in questo caso ho dovuto ricredermi. È stata fatta bene e la storia non era affatto meno credibile per questo. L’azione scenica agevole e naturale anche per i cantanti. Carina! L’unico problema per me, capendo a tratti cosa dicevano o conoscendo il libretto, era l’incongruenza tra un italiano arcaico ed un’ambientazione moderna. Sentir chiamare una cadillac “destriero” è veramente esilarante.

Le voci. Il duca ha una bella voce ma dovrebbe curare di più la pronuncia, la mimica facciale e soprattutto l'interpretazione in base al testo. Rigoletto non mi ha colpito particolarmente, nella media. Idem Maddalena, anzi forse un po’ pallida. Gilda, invece, se l’è cavata egregiamente a mio parere, pronuncia chiara e voce espressiva. La recitazione di Gilda è stata anche tra le più credibili, nonostante avesse ben qualche anno di più di quanto preveda il libretto. Il giovane direttore se l’è cavata egregiamente, sottolineando i dialoghi tra voci e strumenti solisti nelle arie, anche se sospetto che questo sia il risultato di un sapiente lavoro di tecnici del suono a posteriori.

Stranamente sono riuscita a sentire l’opera fino al termine, nonostante qualche lampo ed una brezza gelida. Soprattutto grazie alla compagnia di una collega tedesca, senza la quale probabilmente non sarei nemmeno andata al Rathaus. Al termine della proiezione il Rathaus si è illuminato come un albero di Natale. Bellissimo! Considerando i tempi in cui stiamo vivendo, mi ha sorpreso non vedere polizia, controlli e blocchi. C’erano centinaia di persone davanti quello schermo. Forse devo ancora recuperare la serenità ed il fatalismo locali. Certo che questa mania di autoscatti (ora si chiamano selfie) e di riprese in notturna con cellulari dotati di fari da proiezione più che di normali flash non ha molto senso, ci si perde l'attimo oltre a disturbare il prossimo.

Qualche sera dopo sono riuscita a vedere l'inizio dell'Orfeo di Monteverdi diretto dal compiano Harnoncourt. Musicalmente interessantissimo, ma la regia del 1978 mi era insopportabile. Onestamente anche le voci erano troppo "moderne" in confronto agli strumenti. Peccato. Gli avrebbero reso maggior onore con la proiezione del Vespro della Beata Vergine, cui assistetti ormai sei anni fa.

Die lange Nacht der Kirchen... potenziale

In attesa di poter godere nuovamente di persona di questo evento, ossia della serata in cui tutte le chiese sono aperte fino all’una di notte offrendo concerti, seminari, visite guidate e riti particolari, ecco la scelta che avrei fatto se fossi già stata a Vienna.

Alle 17:30 sarei andata all’Otto-Wagner-Kirche am Steinhof per un concerto d’organo, più per il luogo che per il programma.
Alle 18:00 concerto d’organo e guida all’Augustinerkirche. Gli strumenti meritano! Anche se sarei tentata di saltare all’Hofburgkapelle per sentire i Wiener Sängerknaben. Tanto le due chiese sono vicinissime e sinceramente ho già assistito una volta alla dimostrazione guidata degli organo dell'Augustinerkirche.
La pianta su google delle chiese centrali che avrei visitato.
Alle 18:30 sarei stata combattuta tra la musica armena della Mechitaristenkirche e la "Petite Messe solenelle" di Rossini ad Heiligenstadt.
Alle 19 avrei potuto scegliere tra la curiosità per gli inni ortodossi e finalmente sentire l’irgano della Karlskirche. Tenendo conto che alle 19:10, però, iniziavano le "Musikalische Exequien" di Schütz nella Schottenkirche e mi sarebbe piaciuto poterle ascoltare da spettatrice per una volta, dopo averle eseguite col coro a Bxl in un'atmosfera alquanto tesa lo scorso novembre.
Alle 19:30 ci sono ben due concerti di beneficienza parimenti interessanti: "La creazione" di Haydn a Maria Treu (la chiesa di Bruckner) e sonate da chiesa di Mozart nella Jesuitenkirche. Nel primo caso raccolgono fondi per il recupero dell’organo storico, nel secondo per i rifugiati.
Alle 20:00 c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Probabilmente avrei optato per la musica rinascimentale nella Kruezkapelle della Michaelerkirche.
Alle 20:30 sarei andata alla presentazione dell’organo Kaufmann nella chiesa Mariahilf, ove sarei rimasta per il mottetto Jesu meine Freude BWV 227 alle 21. Nel caso di un’esecuzione inascoltabile sarei corsa alla Jesuitenkirche per un breve concerto d’organo.
Alle 21:30 avrei dovuto nuovamente dividermi: A St. Salvator proponevano musiche tardo rinascimentali e barocche, alla Peterskirche un po’ di allegria con musica per tromba ed organo, con all’organo un ragazzo conosciuto ad Haarlem nel 2008 e che mi ha aiutato molto ad inserirmi nel mondo organistico viennese sei anni fa, ed infine alla Schottenkirche si lanciano nel "Requiem" di Mozart.
Alle 22:00 tempo di organo, tra la Franziskanerkirche e la Michaelerkirche, ove suona un’altra vecchia conoscenza, un ragazzo altoatesino.
Un po’ di riposo, anche per trovar posto a sedere, prima del "Dettinger Te Deum" di Händel nello Stephansdom alle 23:00, anche se questo avrebbe significato perdersi Reger nella Schottenkirche e repertorio simile nella Votivkirche.

Poi lentamente sarei tornata a casa, grata per la serata piena di ottima musica. Purtroppo avendo saltato tutte le visite guidate in chiese storiche ed in luoghi generalmente chiusi al pubblico e limitandomi alla sola zona entro il Gürtel. Avrei avuto bisogno di scarpe buone per una lunga corsa musicale. Qui il programma completo. Le scelte fatte sarebbero state dettate dall'astinenza di certo repertorio e di alcuni luoghi dopo tre anni a Bxl, ma probabilmente avrei optato per esperienze differenti se fossi stata sul posto, perché le occasioni per sentire gli strumenti ed i brani più noti non mancano anche durante il resto dell'anno.

Ode al silenzio (che non c'è a Bxl)

Oltre due mesi di silenzio su questo blog. Da quel 19 marzo in cui presi parte ad un concerto col coro non ci sono state altre occasioni di ascoltare o fare musica. Ammettiamo pure che gli attentati a Bxl abbiano un po' fatto passare la voglia di uscire, aggiungiamo che tra viaggi miei e dell'amica con cui abitualmente vado ai concerti difficilmente siamo state in città nello stesso periodo, però un silenzio così lungo non si spiega. Ho continuato a suonare in chiesa e prossimamente parteciperò ad una rassegna corale, ma nulla degno di nota. Il problema, a mio parere, è che questo paese è dominato dal rumore, dagli stimoli sonori indesiderati, e come conseguenza non si sappia più apprezzare la vera musica o almeno non se ne senta la necessità.

Foto non mia di una stazione sotterranea di tram.
La metro. Musica a tutto volume nelle stazioni sotterranee, nonostante di questi tempi in molti si bombardino gli orecchi con la propria musica preferita grazie alle cuffiette. Pop, rock, tutto va bene, in tutte le lingue. Tranne la musica classica, che si udiva fino a qualche tempo fa la sera tardi, in teoria per dissuadere bande di giovinastri. Me la godevo troppo di ritorno dal coro o da una cena, così mi hanno tolto pure questa. Ora la sera mandano ambient music, ossia non musica ma rumore tonale, che addormenta il cervello. L'arrivo della metro è considerato una salvezza, visto che nell'attesa non si riesce a leggere o ad ascoltare altro. Eppure nemmeno la metro è silenziosa. Non parlo delle persone che chiacchierano in varie lingue o del rumore del treno sui binari. Mi riferisco, invece, a musicisti improvvisati, strimpellatori di turno, che assordano con fisarmoniche stonate o con amplificatori economici. Chiedono l'elemosina ed onestamente verrebbe la tentazione di pagarli per farli smettere.

Foto non mia del nostro campus.
In ufficio. Lavoro all'università, qui ci si aspetta il silenzio. Effettivamente il nostro dipartimento è tranquillo, tranne quando c'é qualche ospite o passa la signora delle pulizie che ascolta la radio o parla al telefono, ma il rumore arriva comunque dall'esterno. Non mi riferisco al traffico sullo stradone sottostante e nemmeno alle numerose sirene di polizia, ambulanze e pompieri, che da qualche tempo a questa parte ci fanno saltare sulla sedia, ma gli eventi sportivi dei bimbi nel campus sottostante, con tanto di musica e discorsi amplificati a livelli da concerto in stadio. Per tacere del mese di feste goliardiche, con studenti ubriachi che urlano e cantano quando uno dovrebbe lavorare.

A casa. Almeno dentro casa uno spera di poter gustare il silenzio. No! Cantieri, veicoli, clacson a gogo, scolaresche, piccioni, aerei in fase di decollo dalle 6 del mattino alle 23, etc. Questo il rumore che viene da fuori. Poi si deve aggiungere il disturbo dei vicini, perché a queste latitudini non sanno cosa sia l'isolamento acustico nelle costruzioni e nemmeno conoscono il rispetto del riposo notturno. Passi per la lavatrice alle 22, la porta di casa a mezzanotte, ma l'attività ginnica (eufemismo) in camera di una giovane coppia focosa alle 2 di notte di giorno di lavoro?

È bastato il soggiorno di una settimana a Vienna per gustare nuovamente il silenzio e per recuperare l'insofferenza cronica al rumore di Bxl. Persino nelle chiese mettono registrazioni di sottofondo. In realtà il silenzio assoluto non esiste e nemmeno Vienna è una città muta, ma basta prendere la metro o andare al mercato per rendersi conto della differenza. Senza una sovrastimolazione dell'udito si presta più attenzione agli annunci vocali prima delle fermate, al suono del treno che parte, etc. Oltre a potersi immergere nella lettura o nella conversazione (non urlata) in un'altra lingua. Sembra che a Bxl ci sia una paura patologica del silenzio, il terrore di essere assordati dal frastuono dei propri pensieri.

L'elisir del cinema

Come da tradizione, a Vienna è iniziato il Rathaus Filmfestival, ma quest'anno sono a più di 1000 km di distanza per poter tentare di assistervi. Grazie ad un'amica sul posto, però, sono venuta a conoscenza della proiezione di una recente edizione de L'elisir d'amore di G. Donizetti, disponibile su YouTube (legalmente? link), proprio per l'apertura della manifestazione, sabato 29 giugno. Vederla in casa, quasi con il riscaldamento acceso, non è la stessa cosa che essere seduta all'ombra del municipio di Vienna con una giacchina sulle spalle, una birra in mano e gli amici accanto. Internet, però, mi dà la possibilità di farne egualmente una personalissima recensione.

da qui
Si tratta dell'edizione presentata al Festival di Pentecoste di Baden-Baden l'anno scorso, con Rolando Villazon nella doppia figura di cantante e regista. La direzione musicale era affidata a Pablo Heras-Casado ed il cast comprendeva, oltre a Villazon nel ruolo di Nemorino, Miah Persson (Adina), Roman Trekel (Belcore), Ildebrando D'Arcangelo (Dulcamara) e Regula Mühlemann (Giannetta). La particolarità di questa edizione è la trasposizione della vicenda in un set cinematografico di un film western muto in bianco e nero. Come dice il regista, tre storie si svolgono in parallelo: il western, la regia del film (anni '50?) e l'opera. Il minifilm risultante viene poi proiettato al termine dell'opera su una base orchestrale (sinfonia iniziale), mentre durante l'opera si sentono brevi interventi pianistici che richiamano l'ambientazione western.

L'idea dell'ambientazione cinematografica e western è davvero simpatica. Nemorina diventa così un peon messicano nel film ed una povera comparsa nella vicenda, innamorato della star Adina. Dulcamara è uno stregone indiano, Belcore un ufficiale che ricorda Custer, e via dicendo, mentre Giannetta è l'assistente del regista, impersonato da Dulcamara dismessi gli abiti da stregone. Le doti istrioniche dei cantanti ne sono così esaltate come anche il lato comico della vicenda. Pur se affezionata all'ambientazione tradizionale, in qualche villaggio del centro-sud Italia, non mi è dispiaciuta questa complessa trasposizione. In Germania c'è una vera e propria passione per la modernizzazione delle opere liriche, questo mi sembra un buon compromesso senza perdere il senso della storia narrata in musica da Donizetti.

La musica, però, risulta in secondo piano. Ho notato meno attenzione all'espressione musicale ed in alcuni casi anche alla pronuncia ed alla comprensione del testo. Peccato! Adina fantastica, Nemorino buono ma non eccezionale a mio parere in questa edizione, Dulcamara una riuscitissima macchietta ma adombrata da faccette e smorfie varie, e via dicendo. Forse in parte è colpa della registrazione che ha "bilanciato" le differenze che si sentono in teatro, anche tra orchestra e voci, forse della conversione del video su YouTube, forse pure dei miei altoparlanti. Resta una spassosa ed interessante versione de L'elisir d'amore che potrebbe far avvicinare all'opera numerosi neofiti. Complimenti Villazon per l'idea!