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Addio!

Foto Metzner, CC BY-SA 3.0, qui
Questo è il mio ultimo post su questo blog. Continuerò ad andare per concerti ed a suonare, ad incuriosirmi per nuovi strumenti ed a vedere film con tema musicale, ma non ne scriverò più qui. I miei quattro lettori sanno come la penso, quindi finirei col ripetermi. Quest'anno ho festeggiato 10 anni esatti dal mio diploma in organo. Sin da quando a sei anni d'età m'innamorai di questo strumento vedendo e sentendo in TV Karl Richter suonare Bach ad Ottobeuren, il mio sogno ed obiettivo era imparare a suonare l'organo. Attraverso momenti entusiasmanti, soddisfazioni, lacrime, sudore ed infinite discussioni sono giunta a coronare il desiderio di bambina con un pezzo di carta con la stessa voracità d'imparare del primo giorno. Grazie ai miei insegnanti, anche quando mi hanno reso la vita difficile con le loro pretese o i loro commenti critici. Voglio ricordare i più importanti per la mia crescita nella musica (in ordine sparso): Claudio Ambrosini per le lezioni di vita, Ugo Armano e Corrado Loffredi per la pazienza col pianoforte nonostante detestassi lo strumento, Emanuele Pasqualin per la capacità di coinvolgere dirigendo, Alex Kirschner per la fiducia in me riposta nonostante la mia pigrizia nello studiare il solfeggio e la mia irrazionalità nei concerti, Gianluca Libertucci per avermi permesso di ottenere l'agognata carta e Francesco Finotti per avermi insegnato gli strumenti per esprimere quella che sono (oltre ad aver sistemato un po' la mia carente tecnica). Ovviamente un grazie va anche a tutti gli altri insegnanti e colleghi incontrati nel mio percorso, con cui ho scambiato magari poche parole, ma che hanno in ogni caso contribuito al mio sviluppo, ed ai parroci, italiani e non, che mi hanno permesso di "giocare" gli strumenti di cui erano responsabili.

Come Abschied, elenco di seguito alcune incredibili esperienze fatte in questi dieci anni, una volta uscita dal conservatorio e poco dopo anche dall'Italia.
Bavokerk, Haarlem
- Ho suonato organi di ogni periodo storico e stile in Olanda (Haarlem), Belgio (Bruxelles) ed Austria (Vienna). Ne ho sentiti e visti molti altri, dalla Germania alla Norvegia, dagli USA al Giappone.
- Ho accompagnato culti luterani e messe cattoliche in lingua italiana, tedesca e francese. Ho accompagnato cori di lingua tedesca anche in concerto, pure suonando il basso continuo in un ensemble con strumenti d'epoca. Mi sono esibita in duo con altri strumenti (dal violino al corno delle alpi, dal flauto traverso al violoncello) e strumentisti di diverse nazionalità.
- Ho insegnato musica nella mia lingua ed ho preso (e continuo a prendere) lezioni di musica in tedesco, esplorando il canto, il flauto dolce, il flauto traverso ed il mandolino.
- Ho conosciuto organisti da tutto il mondo, con molti di loro sono rimasta in contatto. Ho compreso quanto universale possa essere la musica e quanto sia più facile trovare un organista che la pensi come me dall'altra parte della Terra rispetto al mio conservatorio.
- Ho fatto da registrante ad organisti celebri, lezioni sul rapporto uomo-musica più che di tecnica ed interpretazione.
- Ho preso parte come corista all'esecuzione di cantate di Bach, un sogno diventato realtà.
- Ho illustrato il funzionamento dell'organo a canne a colleghi ed amici di mezza Europa, facendo loro scoprire non solo uno strumento musicale ingiustamente sottovalutato ma soprattutto un lato di me che non conoscevano.
- Ho accompagnato matrimoni, battesimi e (soprattutto) funerali, l'intero ciclo della vita.

Esperienze che continuano e che spero non smettano mai. Sono curiosa di scoprire cosa mi riservano i prossimi 10 anni. Sempre cercando di migliorarmi, con il poco tempo a disposizione, perché la mia occupazione principale è in un altro settore (ricerca scientifica). Appena indosso le mie scarpe da organo e mi siedo sulla panca viaggio in un'altra dimensione ove non esistono fatica e stress ma solo intimo piacere nel gustare la bellezza di un suono o di una soluzione compositiva. Anche questa consapevolezza è venuta col tempo e con le esperienze e confido si raffini ulteriormente con l'esercizio ed il passare degli anni.

La sottoscritta al Pollini. Foto di F. Marchionda.
Infine, a chiusura di questo blog, non posso non ringraziare chi mi letta, fedelmente o occasionalmente, chi ha commentato, soprattutto quando di parere diverso dal mio (mi riferisco in modo particolare ad una discussione storica con un regista, che mi ha davvero onorata con il suo passaggio). Un ringraziamento virtuale a Rai Radio3, che mi ha "educata" nell'adolescenza, facendomi sognare di diventare una critica musicale professionista, ed a BR-Klassik, che continua ad accompagnare le mie domeniche mattina con le cantate di Bach. Per tutti, arrivederci al prossimo concerto, per commentare di persona quanto udito!

Stefano saluta Vienna

La formazione viennese del mio amico compositore, direttore d'orchestra, violinista ed organista è giunta al termine con il diploma (di laurea) in direzione corale alla locale università della musica (mdw). L'esame si è svolto in due tempi, con una prova privata ed un concerto pubblico. Prima, però, c'è stato il saggio di fine semestre della classe di direzione corale del M.o Lang (direttore del coro della Staatsoper), con gli allievi che si sono alternati nel dirigere il Webernchor nei Vespri di Mozart, estratti dalla Petite Messe Solennelle di Rossini, del Salmo 42 di Mendelssohn e dello Stabat Mater di Poulanc.

Non solo l'evento non era segnalato sul sito della mdw, ove invece figurano i saggi di tutti ma addirittura non c'era nemmeno un cartello sul posto. La scarsa pubblicità ha portato ad un pubblico esterno di forse quattro o cinque persone. Un vero peccato! Il coro non era eccezionale, almeno vocalmente parlando, nonostante sia composto da semi-professionisti, ma a maggior ragione ha mostrato come uno specchio il lavoro dei vari direttori. Si percepiva a pelle chi doveva ancora crescere, chi aveva rifinito nei dettagli il brano, chi si sbracciava teatralmente ma non aveva idea di cosa stesse facendo cantare, chi comunicava col coro, etc. Nonostante la sala era calda ed il repertorio lungo, il tempo è trascorso piacevolmente. Stefano è progredito parecchio dall'ultimo saggio semestrale cui assistetti, ora ha il pieno controllo dei cantori, dello spartito e del gesto. Ha fatto musica nel vero senso della parola. In un buon direttore di coro ci sono due aspetti fondamentali: il carisma, ossia l'autorevolezza verso i coristi, e l'interpretazione, ossia la comprensione musicale. Purtroppo sono entrambe cose che si costruiscono a fatica se uno non le possiede per talento innato. Ho notato che qualche studente, però, si accontenta di avere il carisma e non si spreva per lavorare sull'interpretazione musicale. E la tecnica? Quella s'impara, la tecnica è un mezzo, è usare il muscolo corretto al momento giusto, ma per conseguire un diploma presumo che la tecnica sia assodata (cosa che talvolta non accade nei conservatori italiani nemmeno per gli strumentisti, purtroppo).

La chiesa. Qui accompagnai la messa per la prima volta a Vienna.
Una settimana dopo, il 29 giugno, c'è stato il concerto di diploma, in cui Stefano ha diretto nuovamente il Webernchor in un repertorio a cappella alquanto complesso, tra Schütz, Bach e Mendelssohn ad 8 voci e Brahms e Distler. Tutta musica sacra, con un ideale percorso musico-culturale, musica tedesca e... luterana. Ottima scelta, se non fosse che per carenza di aule alla mdw l'esame si è svolto nella chiesetta barocca delle Suore Salesiane nei pressi del Belvedere e le sorelle hanno dovuto approvare il programma. Il concerto è andato bene, il rimbombo della chiesa ha forse aiutato tanto quanto la campanella delle suore ha distratto, il pubblico era un po' più numeroso tra insegnanti, amici direttori e musicisti, amici scienziati (portati da me) ed ovviamente i suoi genitori. Ha preso la lode, pienamente merita, soprattutto per l'enorme crescita fatta in così poco tempo.

Ora Stefano Maria Torchio torna a Padova. Non ha mai amato Vienna. Si era illuso fosse la fonte della scienza musicale ed ha trovato tradizionalismo, razzismo e chiusura mentale (con rare brillanti eccezioni). Non ha sentito il sostegno reciproco tra studenti che sperava, essendo comunque una comunità di squali (anche in questo caso le eccezioni si contano su una mano). Non vede opportunità nell'immediato futuro (un collega ha avuto un colpo di fortuna ed ora lavora alla Staatsoper, ma sono eventi che difficilmente capitano due volte), preferisce quindi rientrare in Italia e raccogliere i pensieri prima del prossimo passo. Non si può trascorrere una vita a studiare, ad un certo punto bisogna produrre. Gli faccio i migliori auguri di una carriera splendente, come direttore d'orchestra, di coro e compositore. Gli auguro inoltre di trovare il suo posto, sia inteso come luogo in cui vivere e sentirsi bene sia come posizione all'interno della storia della musica. Se questo sia un addio o un arrivederci saranno i posteri a dirlo.

Orchestra vs. organo

Il mio sabato sera è stato nuovamente all'università per la musica, per il concerto di gala di alcuni studenti di direzione d'orchestra. Sul podio si sono alternati: Batughan Uzgören, Katharina Wincor, Jera Petricek Hrastnik e Roger Diaz Cajamarca, dirigendo brani di Brahms, Beethoven, Prokovief e Honegger, con l'orchestra da camera dell'università, di cui Giulia, la violinista di cui parlai qualche tempo fa, era primo violino. Concerto interessante nel complesso. I giovani direttori sono ancora acerbi ed hanno chiaramente pagato le poche prove con l'orchestra. Della compagine mi sento di salvare Jera Hrastnik, per la ricerca di un dialogo con l'orchestra anche dopo il concerto. Gli aspetti positivi della serata sono stati il vedere un gruppo quantomai internazionale ed eterogeneo andare d'accordo nella musica ed il conoscere un'opera di Honegger che non avevo mai sentito e che mi verrebbe voglia di trascrivere per organo.

Questo concerto mi fornisce l'opportunità di parlare di altri due eventi in qualche modo legate a tale serata. Prima di tutto il concerto di laurea di Giulia, sentito qualche settimana fa, ove la violinista ha data una prova di maturità musicale di altissima qualità, giustamente premiata con il massimo dei voti e la lode. Non solo per l’abilità tecnica, ma anche per la scelta e la preparazione dei brani, con un repertorio non scontato ed una particolare cura per Schnittke, su cui ha scritto la tesina. Sentiremo ancora parlare di lei. Al concerto di laurea di Giulia ho rivisto anche un amico conosciuto al conservatorio di Padova, compositore, violinista, direttore d’orchestra e, per passione, anche organista, che si è laureato a Vienna in direzione d'orchestra l'anno scorso (con lode) e che ora sta terminando gli studi in direzione di coro e con cui ho avuto l'onore di suonare (sue composizione) un paio di volte prima della partenza per Vienna, Stefano Torchio.

Stefano si è un po' risentito che non abbia ancora parlato nel blog del suo lavoro di laurea: l'orchestrazione della Priere di C. Franck. Avevo i miei motivi: non ero presente al concerto, tenutosi prima del mio ritorno definitivo in città, e temevo di essere troppo condizionata dal mio rapporto col pezzo. Temevo di essere imparziale nel parlare della sua trascrizione perché abbiamo “studiato” con lo stesso maestro e perché Priere è stata per me la chiave per iniziare ad apprezzare e capire Franck, essendo l'unico pezzo di questo autore che istintivamente amavo. In conservatorio Franck mi era stato presentato in modo orribile ed incompleto ed all'inizio l'avevo totalmente rifiutato. C’è voluto molto tempo, ci sono voluti i concerti e le lezioni di Francesco Finotti, infine c'è voluta l’esperienza in Belgio, ove Franck è nato, con gli organi dell'epoca per iniziare a gustare questo raffinato compositore. Ora, più leggo le sue opere organistiche e più lo sento orchestrale. Forse per un sentimento d’inferiorità (purtroppo comune tra i Belgi verso i vicini Francesi e Olandesi), Franck ha scritto relativamente poco per orchestra in quella Parigi che pullulava di compositori. Il suo stile organistico si scosta da quello dei coevi e di chi l’ha seguito.


Tornando al lavoro di Stefano (che potete ascoltare qui sopra), dire sublime sarebbe ancora poco. Il titolo e la strumentazione hanno relegato il brano originale ad un’esecuzione esclusivamente ecclesiale. Invece si tratta di un piccolo poema sinfonico dal tema semplice che diviene ora consolante, ora entusiasmante, ora accorato, ora rassegnato. Un po’ come la nostra preghiera, magari fatta ripetendo delle formule, ma con intenzione totalmente diversa a seconda della nostra situazione. 

Le trascrizioni orchestrali di brani organistici non sono una novità, si pensi per esempio a Stokovski, di cui parlai qui. In quel caso, però, l’originale bachiano era stato completamente stravolto. Invece in Franck l’orchestrazione non è una forzatura. Semmai la versione organistica originale suona quasi come una riduzione. Stefano ha fatto un ottimo lavoro, liberando la farfalla che era nascosta nel bruco organistico. 

La domanda che mi pongo è ora come rendere tutto ciò con l’organo. Così mi sono tornate alla mente quelle prime esecuzioni di Franck che avevo udito in concerto e l’impressione che me ne era rimasta. Era proprio in questa direzione e sentire ora critiche alle acrobazie tecniche e tecnologiche (di cambi di registri) operate dall'organista di allora come finalizzate al solo spettacolo mi fa sorgere il sospetto che l'interlocutore non abbia ancora capito la grandiosità di un compositore che pensa orchestrale scrivendo per il re degli strumenti. Quindi, grazie Stefano per permetterci di apprezzare maggiormente l'opera di C. Franck.

Luci e suoni del Baltico a Vienna

Ieri sera ho assistito ad un concerto di rarissimo ascolto a Vienna. Si trattava di uno spettacolo audio-visivo, con musiche di compositori contemporanei e proiezione d'immagini di paesaggi, cieli stellati e viaggi nella Via Lattea sapientemente alternate con riprese (in diretta?) dei musicisti. Per questa occasione sono tornata all'università per la musica, ma stavolta nella sala Haydn, una piccola moderna sala da concerti. L'ideatore dell'evento, Lothar Strauß, ha sapientemente e simpaticamente introdotto l'iniziativa ed i vari brani e solo alla fine ho avuto la conferma che un'idea simile potesse venire solo da... Berlino. Il professore in questione lavora a Vienna da un anno, ma è nato e cresciuto nella frizzante capitale tedesca.

immagine della Via Lattea
Il concerto ha previsto: "Fratres" di Arvo Pärt (1935- ) per violino, orchestra d'archi e percussioni, "Ballata per arpa ed archi" di Einojuhani Rautavaara (1928-2016) ed il concerto per violino ed orchestra d'archi "Fernes Licht" (luce lontana) di Peteris Vasks (1946- ). L'orchestra da camera dell'università diretta da Vladimir Kiradjiev ha accompagnato le soliste Anastasia Harazade, Angela Rief e Indre Dromantaite. Quindi compositore estone, finlandese e lettone rispettivamente. Musicalmente Pärt è una rassicurante conferma. Ha un suo stile, scarno, fatto di suoni da ammirare singolarmente. Il brano si presterebbe benissimo ad essere adattato per violino ed organo ed è strano il compositore non l'abbia ancora fatto, nonostante le varie trascrizioni del pezzo per gli ensemble più vari. Rautavaara non mi ha colpito, vi ho trovato troppi "effetti speciali" ma niente di memorabile. Vasks, invece, è stata un'intensa e piacevole scoperta. Il suo concerto per violino ripercorre un po' la storia della musica, inserendo tecniche di vari secoli, ma allo stesso tempo è in una complessa e ben organizzata forma circolare. Come ha detto Strauß, non è da escludere un intento teologico nella composizione. L'orchestra se l'è cavata, il repertorio non era affatto facile. Il primo violino mi ha dato l'impressione di un carro armato, ma l'importante è il risultato. Le soliste sono state tutte brave. Nell'ultima traspariva la tensione ma effettivamente il brano era tecnicamente non facile. La sincronizzazione immagini-musica non era perfetta, in particolare i musicisti comparivano sullo schermo sempre un pizzico in ritardo rispetto a quanto suonato. Non avendo visto altre telecamere tranne una girevole posta di lato, credo che le riprese non fossero in diretta. Doppia fatica, quindi, coordinare il tutto a tempo.

Questo concerto fa parte di una serie di eventi dell'università in cui altri concerti con musica contemporanea e di provenienza "nordica" si alternano a mostre e proiezioni dell'istituto di cinema. In questo caso sono venuta a conoscenza dell'iniziativa grazie alla violinista di cui ho raccontato in precedenza, che qui suonava nell'orchestra d'archi, ma credo di mettere in programma altri concerti del festival. Come detto, una cosa simile è più unica che rara in una città musicale ma un tantino fossilizzata nell'accademismo come Vienna.

Metti una sera in conservatorio a Vienna

Dopo le consuete 10-11 ore in ufficio, qualche sera fa sono andata all’università musicale per assistere ad una prova pre-laurea di una violinista ed una violista. Ho conosciuto la violinista, italiana, durante le riprese di un documentario in cui entrambe abbiamo partecipato come comparse. Stanchezza e fame (non avevo cenato) sono passate all’istante appena varcata la porta di quel solenne edificio tutto illuminato in una fredda e buia serata d’autunno. Nell'aula c'erano già altri amici e conoscenti delle due laureande, tutti musicisti e di varie nazionalità. Il programma delle due ragazze era impressionante, specialmente per la violinista. Oltre a qualche solo, erano previsti anche passi di concerto accompagnati al pianoforte da una collega. Per un'ora e mezza sono stata trascinata nelle spire di Schubert e poi sulle vette di Brahms, passando per il ritmo travolgente di Bartok e la spensieratezza intelligente di Mozart. Un vortice senza fine. Anche di ricordi, dei tempi del conservatorio, i miei vent’anni, delle lezioni di solfeggio che impartivo dopo il diploma (complice la lavagna pentagrammata) e della mia prima esperienza viennese, quando giravo ovunque con la bici come questi ragazzi seguendo tutti i concerti gratuiti offerti dalla città. Alle 21:30 abbiamo dovuto scappare perché altrimenti non avrebbero più concesso aule per studiare alle due ragazze (sempre meglio del Pollini ove ai nostri tempi alle 18:30 sbattevano fuori se non c’era l’insegnante e trovare un’aula per studiare era sempre un’impresa impossibile). La serata è proseguita con una birra internazionale e musicale, in un locale pieno di fumo (sì, qui è ancora ammesso) e di studenti del conservatorio. Una tipica serata viennese bohemien.

© Universität für Musik und darstellende Kunst Wien
Dal punto di vista musicale, ho avuto l'occasione di riflettere sul nostro modo di fare musica. Entrambe le ragazze hanno dimostrato una buona preparazione di base, eppure ognuna rispecchiava l'origine. La violista francese gigioneggiava, le veniva naturale. Il repertorio romantico l’aiutava molto, un po’ meno Bartok. Nella violinista italiana, invece, trasparivano l'emozione e l'atteggiamento ipercritico verso se stessa. Ha mostrata un'abilità tecnica impressionante, con minime sbavature che non sarebbero nemmeno state notate se lei stessa non ci avesse dato tanto peso. Acciderbola, mi ci sono riconosciuta! I nostri insegnanti (anche in campo scientifico) ci hanno instillato l’insicurezza, talvolta per la loro ansia da prestazione, talvolta per poter mantenere il loro potere su di noi, talvolta per frustrazione (senza una carriera concertistica in corso) e talvolta per desiderio di stimolare l'allievo a dare il massimo e spiccare il volo. Finché non s'incontra l'insegnante che ci dà fiducia o non si raggiunge da soli la pace con se stessi, ci fissiamo degli standard di perfezione che proprio perché irraggiungibili umanamente ci lasceranno sempre insoddisfatti delle nostre performance. Nel caso della violinista, senza motivo, perché anche a livello interpretativo ha mostrato una maturità di tutto rispetto, decisamente maggiore di quella della collega francese, che suonava tutto più o meno con lo stesso approccio. Nel primo movimento del concerto di Brahms mi è venuta letteralmente la pelle d’oca! L'esito dell'esame le ha riconosciuto il talento che già in una semplice prova casalinga aveva mostrato. Mi auguro un giorno di sentirla per radio o meglio ancora dal vivo al Musikverein come solista.

Restando in tema autocritica, abbiamo il terrore del giudizio degli altri ma i primi insoddisfatti siamo noi stessi. Ci perdiamo il piacere di far musica, non ci rendiamo conto di essere dei privilegiati. Essere stata invitata ad una serata simile per me è valso più di una cena a base di pesce nel migliore ristorante della città. Eppure temo che solo chi abbia pianto e sudato cercando di sistemare un passaggio tecnico complesso, solo chi ha dovuto aspettare anni prima di suonare un pezzo decente e solo chi non ha smesso mai d’imparare e guarda con la curiosità e l’entusiasmo di un bambino qualsiasi nuovo spartito possa apprezzare fino in fondo un'occasione simile e godersela pienamente. Il vantaggio della musica è che può essere goduta a vari livelli anche senza averla studiata, nonostante potendola capire ci si trova come dopo aver imparato una lingua straniera e finalmente poter leggere un libro o vedere un film in lingua originale. In questo caso particolare non era tanto il comprendere il linguaggio musicale l'aspetto fondamentale per apprezzare la serata, quanto piuttosto la condivisione dello sforzo, degli anni, dell'ansia dell'esame, della paura del parere di chi ci conosce, etc. ossia del mettersi a nudo di fronte ad un pubblico. Tutto sommato, a posteriori, il rinfrescarsi di un'emozione complessa che ha lasciato una cicatrice di ricordi positivi e dolorosi allo stesso tempo.

Piccoli organisti crescono... in Svizzera

Recentemente mi trovavo a Basilea e non potevo mancare di ascoltare un concerto su uno dei due Andreas Silbermann in città (in realtà ricostruiti). Nella chiesa di S. Leonardo (disposizione dell’organo qui) viene offerto un concerto ogni venerdì, dalle 18:15 alle 18:45 circa. Il 30 ottobre si sono esibiti i tre vincitori del concorso nazionale per giovani musicisti.

Il primo, Sebastian Kalbfuss,un altero dodicenne o forse poco più, ha esordito con la Toccata di Gigout, per seguire con il Preludio e Fuga in mi min. BWV533 di J.S. Bach. Il secondo, Nathan Hubov, all’apparenza un bambino, ha suonato un Preludio in do min. di J.L. Krebs, la fughetta sul nome B.A.C.H. op.123 n.3 di J.G. Rheinberger ed il Preludio op. 9 n. 6 di H. Schroeder. La terza, Alicia Joho, una ragazzina già sviluppata ma sicuramente meno che quattordicenne, ha proposto il Preludio e Fuga in do min. BWV 549 di J.S. Bach, il preludio pastorale di J. Langlais e la Toccata dalla Suite Gothique di L. Boellmann.

Se la sono cavata tutti e tre egregiamente, suonando molto meglio di quanto  facessimo noi a vent’anni in conservatorio. Questo indica non solo la loro dedizione nell’esercitarsi ma soprattutto la presenza di un insegnante coscienzioso, che sa spiegare l’importanza del fraseggio e le differenze tra suonare un autore barocco da uno romantico. Al di là delle teorie filologiche, purtroppo in conservatorio a noi contavano più le note giuste dell’interpretazione. I ragazzini hanno commesso minimi errori (ahimè la ragazza qualcuno in più), soprattutto cambi di tempo, che facevano trasparire l’emozione, ma davvero bravi. Bimbi prodigio? No, semplicemente educati. Se la musica fosse insegnata sin dall’infanzia, ci sarebbe molti più giovani organisti e magari anche più motivati pure da noi. La maturazione e la piena consapevolezza verranno col tempo, se seguiti a dovere.

L’organo aveva un suono molto bello, anche se né le combinazioni né forse il temperamento “suonavano” bene nel repertorio romantico. Sospetto che in parte sia colpa di preconcetti su come debba essere la registrazione “romantica”, senza la flessibilità di adattarla allo strumento.

Nota a margine. Il concerto è iniziato puntualmente. La chiesa non era strapiena, ma c’era parecchia gente, per la maggior parte anziana. All’uscita una cassetta per le offerte invitava a sostenere questa attività. In una città estremamente cara come Basilea, un buon concerto è ad offerta libera, ogni settimana, è una vera delizia. Tutto il contrario di Bxl, ove i concerti, anche di scarsa qualità o amatoriali, sono molto cari, iniziano in perenne ritardo e spesso (vedi ultimo caso all’Istituto di Cultura o al saggio della classe di organo) le chiacchiere hanno più spazio della musica.

Carmina Burana all'università

Marzo musicale a Bxl, è proprio il caso di dirlo. Giovedì sera sono andata a sentire i Carmina Burana di Carl Orff in un'aula della Vrije Universiteit Brussel, ossia l'università fiamminga ove lavoro. Ovviamente, trattandosi di un'università massonica in una città massonica, la scelta non poteva ricadere che su questo repertorio, come pure sottolineato nell'introduzione da parte del vice-rettore e di un professore del locale conservatorio.

Senza cavalletto, chiedo venia.
La versione presentata era per due pianoforti, ensemble di percussioni, solisti e coro. Il coro, piuttosto imponente a vedersi ma naif e debole vocalmente, era formato da studenti del Conservatorio Reale di Bxl e del Kunsthumaniora. Ai pianoforti la giapponese Kanako Ninomiya ed il belga Nicholas Van de Velde. L'ensemble di percussioni comprendeva cinque studenti del conservatorio, molto bravi nel gestire un'orchestra di percussioni intera. I solisti erano il baritono brasiliano Bruno Resende, onestamente insascoltabile ed inguardabile per le espressioni buffe che faceva, il tenore brasiliano Raphael Freitas, passabile, ed il soprano belga Esther Kouwenhoven, dalla voce molto bella e curata anche nei pianissimo. Il tutto diretto da David De Geest, giovane direttore d'orchestra, con un gesto manierista e teatrale ma almeno chiaro e comprensibile.

Tutti interpreti molto giovani e per questo forse non ancora maturi abbastanza per una composizione simile. Il coro se l'è cavata in qualche modo con l'intonazione, ma per il resto era da mettersi le mani nei capelli! Nessuna ricerca del suono, nessuna espressività, nemmeno testuale, nessun entusiasmo. Un numero impressionante di giovani vestiti di nero per un suono appena udibile e paragonabile ai coretti di bambini delle parrocchie italiane (niente a che vedere con i cori di bambini tra Germania e Regno Unito). Potrei dire lo stesso dei pianisti, la giapponese non aveva alcuna espressività ma tecnicamente era fantastica, il belga sembrava persino annoiato dal compito. Ciononostante, merito anche della gentile compagnia che mi ha permesso di commentare nella mia lingua, la serata è stata molto piacevole. Esecuzione casalinga ma effettivamente si trattava di testi goliardici scritti da studenti con poca voglia di studiare, odio per la Chiesa (particolare sempre sottolineato alla VUB, in contrasto con l'Università Cattolica di Leuven) e passione per il bere e per altre "gioie" della vita.

80 violoncelli

Il Conservatorio Reale di Bruxelles/Brussel ha un'attività alquanto frizzante e sa come attirare l'attenzione di giovani e meno giovani senza deludere. Ieri sera ho assistito ad un concerto davvero originale, in onore di un anziano professore. Tutto violoncello, ma non pensate all'integrale delle suite per violoncello solo di Bach. Il programma ha previsto brani di diverse epoche, arrangiamenti, trascrizioni e via dicendo per un ensemble crescente di violoncelli, partendo proprio con Bach per violoncello solo e terminando con una versione di "Tanti auguri a te" suonata da più di 100 violoncelli (gli 80 del titolo forse si riferivano agli anni del professore). Il presentatore non era il classico insegnante di conservatorio che non sa come usare un microfono, ma probabilmente un professionista della scena, che ha introdotto i vari brani con scenette comiche e battute varie.

Il tutto si è svolto nella "sala grande" del Conservatorio, una sorta di piccolo teatro con tre ordini di palchi, loggione e platea ad occupare metà sala e palco con imponente organo di fine secolo (Cavaillé-Coll) nell'altra metà sala. L'acustica nel teatro è sorprendente. Un brano (Cantilena di H. Villa-Lobos) prevedeva una cantante, una parte era a bocca chiusa, si sentivano anche i respiri. Temo che questa acustica, però, non dia il massimo con l'organo a canne, ma non ho ancora avuto modo di ascoltarlo. Magari nemmeno funziona, visto lo stato della sala. Macchie di umidità, quando non proprio veri buchi nel controsoffitto, danno un'idea di precario, trascurato, cadente. Insomma, tutta Bruxelles è un po' così, per questo non mi ci trovo, ma questo è un altro discorso. Il Conservatorio è davvero a corto di denaro e cerca sponsor. Sinceramente avrei pagato volentieri un simbolico prezzo di €5 per il concerto di ieri sera, con 600 spettatori (la capienza massima del teatro, per l'occasione al completo) non si sarebbero arricchiti ma forse qualche riparazione o una mano di bianco ci poteva stare.

buco ed umidità
Un paio di punti negativi nell'organizzazione della serata sono stati i tempi morti tra un brano e l'altro per la sistemazione di sedie e leggii per i nuovi musicisti e l'uso esclusivo del francese, essendo il Conservatorio ufficialmente bilingue (anzi, proprio separata, ma si sa, i Fiamminghi comprendono il francese, il contrario no). Tra le scenette rappresentate dal comico-presentatore, all'inizio ha mimato l'apertura ideale della porta della musica secondo varie nazionalità: francese, americana e belga. Il Belga entra da una porta girevole e senza rendersene conto esce di nuovo. Immagino che questa sia l'idea che i Belgi abbiano di se stessi: un popolo che crea problemi dove non ce ne sono e che li affronta con flemmatica rassegnazione. Mah! Al contrario, secondo me sono dotato di grande autoironia, qualità rara. Il pubblico, attento e silenzioso, ha peccato d'italianità applaudendo tra un tempo e l'altro ma è giustificabile per l'assenza di un programma di sala.

L'iniziativa nel complesso mi è piaciuta molto. Gli strumentisti erano eccellenti, minori sbavature dei più giovani si perdonano facilmente guardando la bontà del risultato generale. Pur non avendo colto le battute e le scenette tra i brani musicali, ho apprezzato l'idea. Non bisogna svecchiare la musica (come tipi come Allevi credono di fare) ma il modo di presentarla! La musica parla da sola. Un concerto serioso risulterà indigesto ai più giovani, abituati ai ritmi frenetici della quotidianità. Il rischio è di cadere nel ridicolo, il presentatore ieri sera c'è andato molto vicino, ma se avessi proposto l'integrale delle suite di Bach per violoncello solo credete che le mie amiche sarebbero venute e soprattutto rimaste fino al termine?

Pranzo con Adolphe Sax

Non sapevo che l'inventore del sassofono fosse belga, l'ho appreso solo ieri, partecipando ai "midis musicaux" (mezzogiorni musicali) organizzati dal Conservatorio Reale Belga presso l'università francofona della città ULB. Un'oretta di concerto tra le 12:30 e le 13:30 in un auditorium del campus Solbosch a Bruxelles che si ripete più o meno una volta al mese.

Il programma prevedeva trascrizioni e composizioni per ensemble di sassofoni: variazioni su una passacaglia di Händel di Johan Halvorsen (sax sovrano e baritono), una selezione dalle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach (sax soprano, alto e baritono), tre Gnossiennes di Erik Satie (quartetto di sax), il quartetto per sassofoni di Joseph Jongen, infine un tango di Astor Piazzolla come bis. Gli interpreti erano Paul-Hugo Chartier (sax soprano), Gema Fernandez Arevalo (sax alto) ed Erik Demaseure (sax tenore) sotto la guida di Jeremie David (trascrizioni e sax baritono).

Il concerto è stato una piacevole sorpresa. Non avevo idea delle potenzialità del sassofono, strumento davvero malleabile, con delle possibilità espressive pressoché sconosciute ai legni. I ragazzi sono stati bravi, sia nella scelta del repertorio (l'idea di usare uno strumento "moderno" come il sassofono per il barocco è interessante e da ripetere) sia nella resa in concerto, nonostante qualche perdonabile svista dei più giovani. Jeremie David mi è sembrato il più maturo nell'interpretazione, sfruttando uno strumento difficile da gestire come il sassofono baritono dal lirismo del romanticismo alla ritmicità del tango. Ottima idea per avvicinare alla musica giovani ed adulti dell'università. Ogni giorno scopro colleghi che suonano uno strumento nel tempo libero, più o meno professionalmente, a conferma del fatto che scienza e musica possono convivere benissimo. Il prossimo concerto prevede tutte le declinazioni del contrabbasso, peccato non poterci andare causa precedenti impegni.

I sabati dell'organo

In un freddo e grigio sabato di primavera a Bruxelles, sono andata a sentire un concerto degli studenti di organo del conservatorio locale (credo quello francese, qui tutto è diviso), organizzato e curato dal M. Bernard Foccroulle, presso la chiesa Notre-Dame aux Riches Claires. Il programma prevedeva compositori barocchi italiani e spagnoli, equamente spartiti in una prima parte interamente dedicata a Girolamo Frescobaldi ed una seconda con Francisco Correa de Arauxo, il meno noto Pablo Bruna (una piacevole scoperta) e Juan Bautista Cabanilles. Sono stati tre i ragazzi che si sono alternati all'organo, mentre il loro insegnate ha estesamente introdotto i brani ed i compositori, con spiegazioni tecniche che non mi aspettavo ad un concerto.

L'organo è uno strumento nuovo, del 2011, di fabbricazione locale, ma non sono riuscita a reperire maggiori informazioni. Quando si parla di musica antica ci si pone sempre il quesito su quale sia il modo "corretto" di eseguirla. Ho notato ed apprezzato un'esecuzione molto curata, fresca ed ispirata, non sminuita come si sente talvolta nei nostri conservatori (il repertorio è previsto in Italia per gli anni VI-VIII di organo nel vecchio ordinamento). L'unico neo, se possibile, era lo strumento, che sinceramente penso più consono all'esecuzione della musica barocca tedesca o eventualmente francese, piuttosto che italiana e spagnola. L'uso del Flauto 8' in certe variazioni come anche il tremolo per sostituire la Voce Umana (registro battente sul Principale, se non ricordo male un tempo limitata ai Soprani, es. qui anche se strumento di epoca successiva) in Frescobaldi ha solamente confuso la polifonia. Al contrario, il Flauto 4', il Principale ed i cambi di registri e manuali tra le diverse sezioni risultavano molto piacevoli all'ascolto. Stesso problema nei Tiento, con il Cromorno  al posto delle ance spagnole che stonava, oltre ad una certa standardizzazione dell'esecuzione (anche se fosse così scritto, non credo che tutti i brani debbano iniziare con il mordente risolto allo stesso modo ed esattamente con gli stessi registri). Comprendo che uno si debba arrangiare con lo strumento che ha a disposizione, anche se in questo caso preferirei la fantasia di sostituzioni azzardate ma che rendano la freschezza della musica in funzione di strumento ed ambiente piuttosto che l'uso di registri o combinazioni di ripiego pur di seguire una scuola di pensiero. Temo, però, che questo sia ciò che insegnino nei conservatori; principio giusto in sé per scopi educativi, ma che potrebbe essere coscientemente infranto per un concerto aperto al pubblico (una quarantina di persone).