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La prima volta di Mrs. Pinkerton

La stagione del Filmfestival al Rathaus volge al termine e mi sono concessa un'ultima serata grazie alla compagnia di un'amica e collega tedesca. L'occasione perfetta era la proiezione della Madama Butterfly di Puccini nell'allestimento del Metropolitan del 2009, con Patricia Racette (Butterfly), Marcello Giordani (Pinkerton), Maria Zifchak (Suzuki), Dwayne Croft (Console), diretto da Patrick Summers con la regia del compianto premio oscar Anthony Minghella.

È stata la prima volta per me con Butterfly per intero (link ad una versione critica). Ho rafforzato la mia opinione, adoro Boheme e Tosca, ma le altre opere di Puccini non m'ispirano allo stesso modo, le trovo troppo… “urlate” per i miei gusti antiquati. Nel caso di Butterfly ci sono momenti sublimi, bisogna ammetterlo, inoltre la storia è molto moderna e coinvolgente. Ciononostante ho trovato strano udire un fugato, pur se ben fatto e basato su una citazione, nella sinfonia iniziale. Per un attimo ho creduto di aver beccato Mozart (Zauberflöte per esempio)!

Il bimbo con l'ingombrante presenza dei 3 burattinai
I cantanti se la sono cavata egregiamente. Butterfly molto espressiva, anche se chiaramente più vecchia dei 15 anni previsti dalla storia, quindi l’atteggiamento da bambolina ed ingenuo suonava manierista. Suzuki brava. Entrambe, però, non hanno curato molto la pronuncia. Pinkerton, chiaramente italiano, ha reso il carattere più mediterraneo che americano, ma egregiamente. Il console ha mostrato una grande forza drammatica. Goro se l’è cavata ma non so se intenzionalmente o meno è diventato una macchietta forzatamente effemminata. Bello l’adattamento con richiami al teatro giapponese, pur forse con qualche minima svista o forse voluto adattamento alla mentalità USA (davvero trascurabile). Non ho apprezzato la scelta di usare un burattino (animato da ben 3 persone) per il figlio. Al di là della tradizione giapponese e della simbologia che qualcuno ha voluto vedere nel rendere la solitudine e la discriminazione che vivrà il bimbo, avrei preferivo vedere un fanciullo in carne ed ossa come sempre. Probabilmente dal vivo in teatro i tre burattinai mascherati di nero quasi non si notavano, ma nelle riprese video erano un fattore di disturbo e distrazione.

Bella serata. Freddina ma limpida. Dubito riuscirò ad assistere ad altre proiezioni per quest'anno. In compenso tra poco inizia la stagione alla Staatsoper, ove potrò finalmente godere di opere dal vivo, magari quest'anno mi concedo pure un Wagner.

Rigoletto al casinò

Finalmente di nuovo a Vienna, archiviati gli Europei è ripreso come ogni anno il Filmfestival a Rathausplatz ed ho ripreso la bella abitudine di vedere opere  liriche proiettate su uno schermo gigante di 300 mq. Una delle cose che mi è mancata in questi anni, assieme all’estate stessa. Per motivi vari, la prima opera scelta è Rigoletto di Giuseppe Verdi, nella versione del 2013 al Metropolitan di New York. Ecco la locandina: Piotr Beczala (Duca di Mantova), Željko Lučić (Rigoletto), Diana Damrau (Gilda), Štefan Kocán (Sparafucile) e Oksana Volkova (Maddalena), con la direzione musicale del giovane Michele Mariotti in una produzione di Michael Mayer.

Una scena, presa dalla rete.
La trasposizione nella Las Vegas degli anni ’60 mi suonava tremenda. Già in passato ho visto opere rovinate da modernizzazioni prive di senso. Invece in questo caso ho dovuto ricredermi. È stata fatta bene e la storia non era affatto meno credibile per questo. L’azione scenica agevole e naturale anche per i cantanti. Carina! L’unico problema per me, capendo a tratti cosa dicevano o conoscendo il libretto, era l’incongruenza tra un italiano arcaico ed un’ambientazione moderna. Sentir chiamare una cadillac “destriero” è veramente esilarante.

Le voci. Il duca ha una bella voce ma dovrebbe curare di più la pronuncia, la mimica facciale e soprattutto l'interpretazione in base al testo. Rigoletto non mi ha colpito particolarmente, nella media. Idem Maddalena, anzi forse un po’ pallida. Gilda, invece, se l’è cavata egregiamente a mio parere, pronuncia chiara e voce espressiva. La recitazione di Gilda è stata anche tra le più credibili, nonostante avesse ben qualche anno di più di quanto preveda il libretto. Il giovane direttore se l’è cavata egregiamente, sottolineando i dialoghi tra voci e strumenti solisti nelle arie, anche se sospetto che questo sia il risultato di un sapiente lavoro di tecnici del suono a posteriori.

Stranamente sono riuscita a sentire l’opera fino al termine, nonostante qualche lampo ed una brezza gelida. Soprattutto grazie alla compagnia di una collega tedesca, senza la quale probabilmente non sarei nemmeno andata al Rathaus. Al termine della proiezione il Rathaus si è illuminato come un albero di Natale. Bellissimo! Considerando i tempi in cui stiamo vivendo, mi ha sorpreso non vedere polizia, controlli e blocchi. C’erano centinaia di persone davanti quello schermo. Forse devo ancora recuperare la serenità ed il fatalismo locali. Certo che questa mania di autoscatti (ora si chiamano selfie) e di riprese in notturna con cellulari dotati di fari da proiezione più che di normali flash non ha molto senso, ci si perde l'attimo oltre a disturbare il prossimo.

Qualche sera dopo sono riuscita a vedere l'inizio dell'Orfeo di Monteverdi diretto dal compiano Harnoncourt. Musicalmente interessantissimo, ma la regia del 1978 mi era insopportabile. Onestamente anche le voci erano troppo "moderne" in confronto agli strumenti. Peccato. Gli avrebbero reso maggior onore con la proiezione del Vespro della Beata Vergine, cui assistetti ormai sei anni fa.

L'elisir del cinema

Come da tradizione, a Vienna è iniziato il Rathaus Filmfestival, ma quest'anno sono a più di 1000 km di distanza per poter tentare di assistervi. Grazie ad un'amica sul posto, però, sono venuta a conoscenza della proiezione di una recente edizione de L'elisir d'amore di G. Donizetti, disponibile su YouTube (legalmente? link), proprio per l'apertura della manifestazione, sabato 29 giugno. Vederla in casa, quasi con il riscaldamento acceso, non è la stessa cosa che essere seduta all'ombra del municipio di Vienna con una giacchina sulle spalle, una birra in mano e gli amici accanto. Internet, però, mi dà la possibilità di farne egualmente una personalissima recensione.

da qui
Si tratta dell'edizione presentata al Festival di Pentecoste di Baden-Baden l'anno scorso, con Rolando Villazon nella doppia figura di cantante e regista. La direzione musicale era affidata a Pablo Heras-Casado ed il cast comprendeva, oltre a Villazon nel ruolo di Nemorino, Miah Persson (Adina), Roman Trekel (Belcore), Ildebrando D'Arcangelo (Dulcamara) e Regula Mühlemann (Giannetta). La particolarità di questa edizione è la trasposizione della vicenda in un set cinematografico di un film western muto in bianco e nero. Come dice il regista, tre storie si svolgono in parallelo: il western, la regia del film (anni '50?) e l'opera. Il minifilm risultante viene poi proiettato al termine dell'opera su una base orchestrale (sinfonia iniziale), mentre durante l'opera si sentono brevi interventi pianistici che richiamano l'ambientazione western.

L'idea dell'ambientazione cinematografica e western è davvero simpatica. Nemorina diventa così un peon messicano nel film ed una povera comparsa nella vicenda, innamorato della star Adina. Dulcamara è uno stregone indiano, Belcore un ufficiale che ricorda Custer, e via dicendo, mentre Giannetta è l'assistente del regista, impersonato da Dulcamara dismessi gli abiti da stregone. Le doti istrioniche dei cantanti ne sono così esaltate come anche il lato comico della vicenda. Pur se affezionata all'ambientazione tradizionale, in qualche villaggio del centro-sud Italia, non mi è dispiaciuta questa complessa trasposizione. In Germania c'è una vera e propria passione per la modernizzazione delle opere liriche, questo mi sembra un buon compromesso senza perdere il senso della storia narrata in musica da Donizetti.

La musica, però, risulta in secondo piano. Ho notato meno attenzione all'espressione musicale ed in alcuni casi anche alla pronuncia ed alla comprensione del testo. Peccato! Adina fantastica, Nemorino buono ma non eccezionale a mio parere in questa edizione, Dulcamara una riuscitissima macchietta ma adombrata da faccette e smorfie varie, e via dicendo. Forse in parte è colpa della registrazione che ha "bilanciato" le differenze che si sentono in teatro, anche tra orchestra e voci, forse della conversione del video su YouTube, forse pure dei miei altoparlanti. Resta una spassosa ed interessante versione de L'elisir d'amore che potrebbe far avvicinare all'opera numerosi neofiti. Complimenti Villazon per l'idea!






OperaVox: ovvero bambini per una sera

Per puro caso ieri sera mi sono travata ad assistere con due amiche ad una proiezione particolare al FilmFestival: OperaVox. Si tratta di una serie televisiva di qualche decennio fa che arrangiava celebri opere liriche per un pubblico di bambini. Tramite cartoni animati o marionette, i personaggi delle opere semplificate e ridotte si trovano a cantare esclusivamente alcune famose arie mentre la narrazione degli eventi è affidata a scarni dialoghi in inglese. Ecco, questo è il vero "problema" di un'iniziativa altamente culturale, l'aver tradotto opere italiane, tedesche e francesi in inglese, con forte accento britannico!
Le opere di ieri sera erano: Il Flauto Magico (che in realtà non è un"opera" in senso stretto ma bensì uno singspiel, in cui parti vengono recitate), Il Barbiere di Siviglia e Carmen. Il lavoro di Mozart era reso con animazioni molto stilizzate e che sottolineavano il carattere massonico e magico della vicenda. Nel Barbiere una ricostruzione teatrale con marionette molto ben fatte giocava sugli aspetti comici della storia. Carmen era in uno stile più moderno, legato sia alla tragedia sia al tema più adulto. Complice anche una serata tiepida e serena, dopo un week end di pioggia e prima di altri giorni di temporali, la platea era piena, non c'era un posto per sedersi! La gente ha mostrato di gradire lo spettacolo, nonostante sia datato e nonostante fosse più per bambini che per acculturati adulti austriaci. Un bell'approccio all'opera anche per coloro i quali non sono abituati a sorbirsi due ore (minimo) d'incomprensibile canto impostato in una lingua spesso sconosciuta e con cantanti-divi a volte non all'altezza del ruolo o con regie astruse che invece di aiutare la comprensione fanno pentire di aver speso i soldi per il biglietto.

un circo per la poesia della rivoluzione

Finalmente sono riuscita a vedere l'Andrea Chenier, opera di Umberto Giordano, per di più nel discusso allestimento del Festspiele di Bregenz. Ovviamente sempre grazie al FilmFestival al Rathaus di Vienna.

Non conoscevo quest'opera se non per sentito dire e sempre con toni entusiastici, eppure non sono tornata a casa con il rammarico degli anni persi. Come precedentemente detto, l'amplificazione di quest'anno rende la voce un po' falsa e quindi il coinvolgimento emotivo è più faticoso. Devo anche premettere che non conoscendo la musica non si è innescato quel meccanismo di "familiarità" che rende piacevole il riascolto di qualcosa noto. Il linguaggio musicale è anche piuttosto avanzato (sì, lo so, è un'esagerazione per l'epoca, ma abbiate pazienza, rispetto a Verdi). Un'altra nota dolente è stata la non sottotitolazione dell'opera. Solitamente c'è e pur se in tedesco fornisce un aiuto alla comprensione di un italiano arcaico, reso ancor più ostico dal canto, specialmente quando non si conosce o non si ha il  libretto. 

La cosa che colpisce maggiormente di questo allestimento è sicuramente l'impianto scenico, cui s'è accompagnata una regia a dir poco eccentrica. L'idea di Marat immerso nella vasca che in realtà era il lago di Costanza (Bodensee in tedesco) è geniale, ma il gusto dei costumi da gay-pride, i tuffi acrobatici ed i balletti sospesi, scene di violenza rappresentate troppo realisticamente, gli interventi di chitarra elettrica (immagino non previsti in partitura dal povero Giordano), etc. mi sono sembrati un po' eccessivi. Soprattutto se ciò non contribuisce al coinvolgimento del pubblico nella storia, semmai a distrarlo con uno spettacolo quasi circense. Sarò all'antica, me preferisco gli allestimenti "realistici", anche se trasposti in epoche diverse o reinterpretati. Qui le carte in tavola c'erano tutte: l'evoluzione del personaggio femminile, la poesia come arte che salvifica, i lati oscuri della rivoluzione, l'ipocrisia, il sacrificio... In conclusione, grande spettacolo per gli occhi ma non per cuore ed orecchi.


Tragedia romana

L'altro ieri sera è iniziato il Film Festival nella Rathausplatz a Vienna, quest'anno con uno schermo di dimensioni maggiori (300 mq, impressionante!), un sistema audio potenziato (anche troppo, risulta falso) ed un programma che almeno una volta alla settimana include un concerto pop ed uno nazional-popolare (leggi, opera italiana famosa). Ieri sera davano Tosca, nel seguente allestimento (disponibile qui, grazie alla BBC), che ha trovato i favori della critica: Royal Opera Chorus e Orchestra of the Royal Opera House diretti da Antonio Pappano, per la regia di Jonathan Kent, con Angela Gheorghiu (Tosca), Jonas Kaufmann (Cavaradossi), Bryn Terfel (Scarpia).

Seconda Tosca che sento a Vienna e seconda volta con Kaufmann nel ruolo del pittore. Questo allestimento nelle intenzioni vorrebbe confrontarsi con l'inarrivabile storica versione di Zeffirelli per lo stesso teatro, con la Callas (Tosca) e Gobbi (Scarpia). Scenograficamente tradizionale, interpretazione degli attori magistrale, ma non mi ha convinto del tutto musicalmente. Sicuramente a causa del volume elevato, del bilanciamento in post-produzione e della proiezione all'aperto, perché i cantanti di tutto rispetto hanno comunque mostrato notevoli abilità interpretative, sia per la recitazione (Tosca era molto diva, Cavaradossi innamorato e Scarpia subdolo e cinico) sia dal punto di vista vocale.


Tosca resta una delle mie opere preferite, per quel misto di storia e romanticismo, per la tragedia (muoiono tutti, che lo sappiate subito) di primo ottocento resa ancora più drammatica dalle ambientazioni barocche (solo in teatro, in realtà Palazzo Farnese è rinascimentale e Castel Sant'Angelo medievale, solo la chiesa di Sant'Andrea si può considerare barocca) e dall'atmosfera cupa del decadentismo. La storia è semplice, come la riassunse Shaw "il tenore ama il soprano ma il baritono non vuole", eppure qui ci sono tanti sentimenti rappresentati: la volubilità della diva, la gelosia, il patriottismo, l'invidia, l'eroismo. Come non immedesimarsi in Tosca quando non regge alle torture sul suo amato e confessa, condannando se stessa, lui e l'Angelotti a morte, e quando si domanda del perché sia chiamata a tanto dolore? Come non piangere quando il Cavaradossi, cosciente dell'imminente esecuzione, si abbandona in un disperato e carnale appello alla vita?

P.S. In quegli stessi attimi la nazionale di calcio perdeva clamorosamente contro la nazionale spagnola. Se milioni di Italiani hanno pianto davanti alla tv vedendo undici ragazzi disfatti dalla fatica e sopraffatti dalle "furie rosse", concedetemi di essermi commossa alla rappresentazione canora di un dramma d'amore e politica, pur conoscendo il finale sin dal primo accordo, ambientato a Roma, messo in scena in Inghilterra, con una cantante rumena, un tedesco ed un gallese. Magia dell'opera!

il Doge di Vienna

da sito Staatsoper

No, non è un errore, non volevo scrivere Venezia, anzi semmai la città corretta sarebbe Genova. Ovviamente mi riferisco al Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi che ha aperto la stagione alla Staatsoper in una sorta di prima della prima (non la nota trasmissione rai che mi avvicinò a questo mondo quando era trasmessa in orari decenti, ). Prossimamente ci sarà uno scambio con la Scala per cui la vera Prima della stagione viennese è rinviata di qualche settimana. Per la concomitanza dell'inizio della stagione alla Staatsoper e la conclusione del Film Festival di quest'estate, l'opera è stata trasmessa in diretta (o forse con un minimo di ritardo) davanti al Rathaus, ove l'ho vista.


Questo allestimento del Simon Boccanegra si rifà a quello del 2002, in questo caso con la direzione musicale di Paolo Carignani, regia di Peter Stein e con Placido Domingo (Simon), Ferruccio Furlanetto (Fiesco), Massimiliano Pisapia (Gabriele), Barbara Frittoli (Amelia), etc. Per quel che ho visto mi è piaciuta. Placido Domingo resta un tenore nel timbro di voce, ma la sue capacità sia espressive che recitative fanno dimenticare ogni possibile remore. La regia era semplice ma efficace, ricreando quell'atmosfera cupa di odio, invidia ed incomprensione, in cui solo alla fine l'amore e la riconciliazione trionferanno.

La maledizione degli spettacoli trasmessi al Rathaus, per cui non riesco mai a vederli fino al termine, ha colpito ancora. Questa volta la causa non è stato il maltempo ma un ospite stufo di seguire passivamente una scena buia senza capire cosa stesse accadendo. Aveva tutta la mia comprensione, non condivido la scelta di quest'anno di non proiettare il testo delle opere o la traduzione in sottotitoli. La platea era piena e mi domando come mai tanti austriaci vadano a sentire simili spettacoli non capendo una sillaba del testo perchè:
- cantato, specialmente per le voci femminili è arduo scandire le consonanti, molti cantanti poi non cantano nella loro madrelingua,
- cantato in italiano, lingua conosciuta da molti austriaci ma non al pari dell'inglese,
- cantato in italiano arcaico ed aulico, il libretto di un'opera dell'ottocento non è facilmente comprensibile nemmeno per un italiano che lo legge,
In questo caso l'opera non era nemmeno delle più celebri, come potrebbero essere Rigoletto o Traviata, e la trama piuttosto intricata. Credo che solamente un melomane affezionato al genere avrebbe potuto resistere fino al termine dello spettacolo, ma in questo caso la persona in questione avrebbe acquistato un biglietto alla Staatsoper e non sarebbe venuta a vedere una proiezione all'aperto!

Prima opera barocca

In realtà non è vero che questa è la prima opera barocca che sento, ma che vedo. Devo ammetterlo, non sono riuscita a reggere molto alla proiezione al Film Festival e non sono stata in grado di resistere all'intero spettacolo neppure guardandolo su YouTube. Mi dispiace, non sono davvero fatta per l'opera barocca. Adolo la musica barocca stumentale e sacra, sono capace di ascoltare la Passione secondo S. Matteo e quella secondo S. Giovanni di Bach di seguito senza cedere un istante, ma quattro ore di voci femminili sono davvero troppe per me, senza il coinvolgimento emotivo nelle vicende come nelle opere ottocento-novecentesche. Ciononostante mi appresto a dare qualche nota su questo spettacolo, visto che sarà in cartellone alla Staatsoper anche la prossima stagione.

La locandina
Alcina di G.F. Händel
Alcina: Anja Harteros
Morgana: Veronica Cangemi
Bradamante: Kristina Hammarström
Oberto: Alois Mühlbacher
Oronte: Benjamin Bruns
Melisso: Adam Plachetka

Regia: Adrian Noble

Les Musiciens du Louvre (Grenoble)
diretti da Marc Minkowski

da qui, recensione ben più autorevole
La regia è molto bella. Abbandonando la mania per le attualizzazioni a volte estreme (vedi il Messiah), qui si ha uno spostamento della vicenda (dall'Orlando furioso) nel ricco settecento inglese. Pur non avendo sostanziali cambiamenti di scene, il contrasto dei colori, l'enorme prato e la posizione delle sedie rendono una scenografia di per sé semplice piena di simboli e di grande aiuto allo svolgimento dell'azione. La direzione musicale è... tradizionale. A mio parere nulla di particolarmente esaltante, filologica, ma molto accurata. Tra i cantanti menzione d'onore per Anja Harteros, un soprano fantastico, dalla voce flessibile, regolare nel timbro in tutti i registri, oltre ad essere una brava attrice. Sarà un caso che sia di origine greca come la Callas? Altra perla, il giovanissimo Alois Mühlbacher, dalla voce potente e dalle indubbie doti recitative. Nella locandina della Prima all'Opera di Vienna era indicato un altro ragazzo, probabilmente si alternavano nelle repliche, inoltre non so se la versione vista su YouTube sia esattamente la stessa proiettata al Rathaus. A parte il problema resistenza, dovuto al poco coinvolgimento in vicende pseudo-mitologiche così distanti dalla vita comune, lo spettacolo merita!
da altro blog
Una cosa che mi ha urtato è stato vedere donne interpretare la parte di uomini. So che la tessitura è quella ed i controtenori di qualità non sono poi così abbondanti, ma l'aspetto visivo è importante ed una donna, o meglio una cantante, per quanto possa recitare bene,  userà sempre i tipici atteggiamenti del canto femminile, rendendo ancora più straniante l'azione sul palco. Chissà come avrebbero reagito i miei colleghi esterrefatti nel sentire uomini cantare con voci di donna!

An die Freude

L'altra sera, confidando nel meteo, mi sono concessa un altro concerto proiettato davanti al Rathaus: la sinfonia in re min. num. 9, op. 125, detta Corale, di L. van Beethoven. Bene! Finalmente qualcosa di viennese in quasi tutti i sensi: per il luogo di composizione, di esecuzione (Sala d'oro del Musikverein, aprile 2010), per gli interpreti (orchestra dei Wiener Philharmoniker, coro del Singverein degli amici della musica di Vienna), il tutto diretto da un tedesco, Christian Thielemann, che ha appena terminato d'incidere tutte le sinfonie di Beethoven con il medesimo organico (in dvd, ovviamente) e che iniziò lavorando con H. von Karajan.
la platea all'aperto

L'impressione che ho riportato da questo concerto è doppia: per quello che ho visto ed per quello che ho sentito. Parto con la cosa meno importante, l'aspetto visivo. Il direttore passava da movimenti a scatti tipo robot, segnando il battere in "levare" (nel senso che dava il primo battito della battuta verso l'alto), a tentativi di riprodurre il vibrato degli archi con la mano sinistra. Lo stile mi ha lasciato un po' perplessa, ma negli adagi era perfetto nel gesto, chiaro ed armonioso, per cui penso fosse una precisa scelta. Per metà concerto mi sono domandata se esista una prova speciale di ammissione tra le fila dei Wiener di "lucidatura strumenti". Sarà che sono abituata alle orchestre di provincia, ma ricordo violini con l'area sotto al ponticello piena di polvere di pece e flauti traversi con le impronte di grasso, mentre qui tutto luccicava a specchio! Altra nota riguardo i cantanti solisti, tutti molto bravi, ma sapendo di essere ripresi da vicino con le fauci spalancate... avrebbero potuto curare di più la dentatura.

all'ombra del Municipio
 Aspetto uditivo. Credo sia difficile essere del tutto originali in un brano così noto ed "inflazionato", ma Thielemann ci è riuscito, pur senza eccedere in stravaganze. Ha dato una lettura molto dettagliata dello spartito, sottolineando quasi all'esasperazione le dissonanze, le modulazioni, i cambi di ritmo e via dicendo.Il risultato era più simile ad una fredda analisi che ad una romantica e passionale interpretazione, ma il risultato è stato egualmente coinvolgente per lo spirito e la mente. L'orchestra, brillante, come sempre, a parte qualche leggera sbavatura nel settore legni, coro numeroso e sostanzioso, nonostante non composto da professionisti.

Mi è rimasto solo un dubbio: come mai i solisti e tutti gli orchestrali avevano uno spartito davanti mentre i coristi hanno cantato a memoria?

la diva Tosca

Per la prima volta quest'anno, ieri sera ho assistito ad una delle proiezioni del FilmFestival di fronte al Rathaus di Vienna. Ho scelto "Tosca", opera di G. Puccini tra le mie preferite, per il miscuglio di passione, politica, commedia e tragedia. L'allestimento presentato ieri risaliva al 2009 a Zurigo (recentemente rilasciato in dvd) con la direzione musicale dell'italiano Paolo Carignani, la regia del canadese Robert Carsen, ed i solisti: il soprano americano Emily Magee nella parte di Floria Tosca, il tenore tedesco Jonas Kaufmann nei panni di Mario Cavaradossi ed il baritono americano Thomas Hampson come Scarpia.
foto da locandina

La vicenda era ambientata negli anni '50, più di un secolo dopo rispetto a quanto previsto nel libretto, ma senza travisarne il contenuto, anzi fornendo una chiave nuova: Tosca è una grande diva che si bea della fama raggiunta, non più giovanissima, che s'ingelosisce facilmente del suo giovane amante artista, ma che nella tragedia che li coinvolge rivela di amarlo sinceramente. I solisti sono stati tutti vocalmente all'altezza e si sono distinti anche per la recitazione convincente, quella che mi ha preso meno è stato proprio il soprano, non capace di plasmare la voce sullo spartito ed il testo. Probabilmente il mio giudizio è condizionato dal confronto impari con le grandi vere dive della lirica del passato, come la Callas. Unica "pecca" dello spettacolo: il vero protagonista sembrava Cavaradossi, non Tosca, forse per la forte personalità del giovane tenore tedesco. La direzione musicale mi è piaciuta molto per una sapiente gestione dei tempi, trasformando le note arie da esibizione in momenti di riflessione intima, senza mai perdere la tensione drammatica. 


Nota a margine. Il festival è iniziato il 2 luglio ma solo ieri, il 23, ho assistito ad una proiezione. Come mai? A parte qualche impegno imprevisto, per il resto chiedetelo al meteo? Sembra novembre, non luglio, sempre freddo, pioggia e vento. La maledizione dell'anno scorso, quando non sono mai riuscita a vedere uno spettacolo fino al termine, ha colpito pure ieri, quando il freddo e la pioggia hanno avuto la meglio sulla buona volontà mia e di un'amica. Per fortuna c'è sempre YouTube ad aiutare per "sapere" come va a finire… Confidiamo che i prossimi appuntamenti siano accompagnati da cielo sereno e temperature più miti.