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Non sparate sul pianista

Domenica scorsa ho avuto modo di sentire un concerto alla Klaviergalerie. Si tratta di uno spazio espositivo ove vengono riparati e venduti pianoforti ed ove studenti possono noleggiare aule per esercitarsi a prezzi modici. Quest'area comprende anche una sala ove vengono quasi regolarmente organizzati concerti. In genere ad ingresso gratuito ed offerta libera.

un'immagine dal web della Klaviergalerie
Domenica la pianista Anna Magdalena Kokits ha presentato una selezione di composizioni per pianoforte per periodo romantico ed il gruppo costituito da Giulia Brinckmeier (violino), Bas Jongen (violoncello) e Julian Yo Hedenborg (pianoforte) ha eseguito il Trio op. 1 n. 2 di Ludwig van Beethoven.

Ho sentito solo parte delle prove della pianista solista, ma ne ho avuto un'ottima impressione. Il pianoforte diventava un'estensione delle sue dita nell'interpretazione di un repertorio complesso. Il trio, di cui conoscevo la violinista (più volte citata in questo blog) ha dato una prova magnifica, sottolineando con leggerezza tutte le sfaccettature della composizione ed i repentini cambi di tempo e di umore. Unico difetto forse il "volume" del pianoforte, che di sovente sovrastava gli archi. Mi è pure venuto il sospetto che fosse in qualche modo voluto e non da imputare allo strumento o alla posizione. Il pianista in questione fungeva da organizzatore o almeno da portavoce e presentatore del concerto. In questa funzione ha cacciato la sottoscritta, arrivata con un po' di anticipo, ed ha fatto attendere lo scarso pubblico in piedi sulle scale, iniziando il concerto con circa 10 minuti di ritardo. Questo comportamento ha stonato letteralmente con l'idea di un piacevole pomeriggio musicale in un ambiente quasi familiare. Lo stesso pianista, al termine del concerto si è lanciato in un bis da solista, senza annunciare il brano. Se bis doveva essere, avrebbero dovuto farlo tutti. Tra l'altro, avrei volentieri sentito il talentuoso violoncellista in un assolo. Nel famigerato bis, il pianista ha mostrato di essere tecnicamente abile ma di non avere la sensibilità della collega che l'aveva preceduto. Considerando la sua evidente ansia da prestazione, avrei evitato volentieri un confronto diretto.

Il concerto (il film)

Nel mese di febbraio non sono andata ad alcun concerto degno di nota, quindi in attesa di sentire finalmente un'opera di Wagner dal vivo, parlo di un film che ho visto qualche mese fa e che volevo vedere da tempo. Si tratta de “Il concerto”, film uscito nel 2010, quindi sette anni fa, visto dopo averlo preso a noleggio dalla biblioteca del paesino di montagna ove si trovavano in vacanza i miei quest'estate. Quando uscì non feci a tempo ad andare al cinema e non ero ancora abbastanza fluente in inglese per provare a vederlo nella versione doppiata.

La locandina del film
La storia. Un ex direttore d’orchestra russo (impersonato da Aleksey Guskov), che era stato defenestrato dal regime per non aver licenziato gli orchestrali ebrei, intercetta per caso un fax destinato al Bolshoi per un concerto da tenersi a Parigi. In modo rocambolesco rimette assieme l’orchestra con cui suonava 30 anni prima, in gran parte composta da musicisti ebrei, ormai occupati nei modi più svariati. Impone il concerto per violino ed orchestra di Cajkovskij come programma e pretende che la violinista sia Anne-Marie Jacquet (Melanie Laurant). Il perché di questa richiesta si comprenderà verso la fine del film.

Non amo il cinema francese e questo film mi ne ha dato conferma. Dialoghi veloci, assurdi, talvolta scurrili, storia interessante che cade nella burla ridicola e nella commediola, con finale “romantico” ed ovviamente inverosimile. Peccato! Lo spunto iniziale non era male. Un po’ come “Canone inverso”, del nostro Tognazzi, che invece risulta ben costruito. Attenzione, l’ultima mezzora del film è occupata dall’esecuzione PER INTERO del suddetto concerto di Cajkovskij. Per fortuna eseguito nella realtà da Anne-Sophie Mutter (magistrale!) e dall’orchestra sinfonica di Budapest. In ogni caso, gli attori se la sono cavata egregiamente, risultando abbastanza credibili anche quando fingevano di suonare o dirigere. Per i musicofili, notevoli gli interventi musicali, da Bach a Mozart. Nel complesso può essere considerato un filmetto leggero, giusto per rendere meno pesante o più attraente l'ascolto del celebre concerto per violino per chi aborre la musica classica.

Orchestra vs. organo

Il mio sabato sera è stato nuovamente all'università per la musica, per il concerto di gala di alcuni studenti di direzione d'orchestra. Sul podio si sono alternati: Batughan Uzgören, Katharina Wincor, Jera Petricek Hrastnik e Roger Diaz Cajamarca, dirigendo brani di Brahms, Beethoven, Prokovief e Honegger, con l'orchestra da camera dell'università, di cui Giulia, la violinista di cui parlai qualche tempo fa, era primo violino. Concerto interessante nel complesso. I giovani direttori sono ancora acerbi ed hanno chiaramente pagato le poche prove con l'orchestra. Della compagine mi sento di salvare Jera Hrastnik, per la ricerca di un dialogo con l'orchestra anche dopo il concerto. Gli aspetti positivi della serata sono stati il vedere un gruppo quantomai internazionale ed eterogeneo andare d'accordo nella musica ed il conoscere un'opera di Honegger che non avevo mai sentito e che mi verrebbe voglia di trascrivere per organo.

Questo concerto mi fornisce l'opportunità di parlare di altri due eventi in qualche modo legate a tale serata. Prima di tutto il concerto di laurea di Giulia, sentito qualche settimana fa, ove la violinista ha data una prova di maturità musicale di altissima qualità, giustamente premiata con il massimo dei voti e la lode. Non solo per l’abilità tecnica, ma anche per la scelta e la preparazione dei brani, con un repertorio non scontato ed una particolare cura per Schnittke, su cui ha scritto la tesina. Sentiremo ancora parlare di lei. Al concerto di laurea di Giulia ho rivisto anche un amico conosciuto al conservatorio di Padova, compositore, violinista, direttore d’orchestra e, per passione, anche organista, che si è laureato a Vienna in direzione d'orchestra l'anno scorso (con lode) e che ora sta terminando gli studi in direzione di coro e con cui ho avuto l'onore di suonare (sue composizione) un paio di volte prima della partenza per Vienna, Stefano Torchio.

Stefano si è un po' risentito che non abbia ancora parlato nel blog del suo lavoro di laurea: l'orchestrazione della Priere di C. Franck. Avevo i miei motivi: non ero presente al concerto, tenutosi prima del mio ritorno definitivo in città, e temevo di essere troppo condizionata dal mio rapporto col pezzo. Temevo di essere imparziale nel parlare della sua trascrizione perché abbiamo “studiato” con lo stesso maestro e perché Priere è stata per me la chiave per iniziare ad apprezzare e capire Franck, essendo l'unico pezzo di questo autore che istintivamente amavo. In conservatorio Franck mi era stato presentato in modo orribile ed incompleto ed all'inizio l'avevo totalmente rifiutato. C’è voluto molto tempo, ci sono voluti i concerti e le lezioni di Francesco Finotti, infine c'è voluta l’esperienza in Belgio, ove Franck è nato, con gli organi dell'epoca per iniziare a gustare questo raffinato compositore. Ora, più leggo le sue opere organistiche e più lo sento orchestrale. Forse per un sentimento d’inferiorità (purtroppo comune tra i Belgi verso i vicini Francesi e Olandesi), Franck ha scritto relativamente poco per orchestra in quella Parigi che pullulava di compositori. Il suo stile organistico si scosta da quello dei coevi e di chi l’ha seguito.


Tornando al lavoro di Stefano (che potete ascoltare qui sopra), dire sublime sarebbe ancora poco. Il titolo e la strumentazione hanno relegato il brano originale ad un’esecuzione esclusivamente ecclesiale. Invece si tratta di un piccolo poema sinfonico dal tema semplice che diviene ora consolante, ora entusiasmante, ora accorato, ora rassegnato. Un po’ come la nostra preghiera, magari fatta ripetendo delle formule, ma con intenzione totalmente diversa a seconda della nostra situazione. 

Le trascrizioni orchestrali di brani organistici non sono una novità, si pensi per esempio a Stokovski, di cui parlai qui. In quel caso, però, l’originale bachiano era stato completamente stravolto. Invece in Franck l’orchestrazione non è una forzatura. Semmai la versione organistica originale suona quasi come una riduzione. Stefano ha fatto un ottimo lavoro, liberando la farfalla che era nascosta nel bruco organistico. 

La domanda che mi pongo è ora come rendere tutto ciò con l’organo. Così mi sono tornate alla mente quelle prime esecuzioni di Franck che avevo udito in concerto e l’impressione che me ne era rimasta. Era proprio in questa direzione e sentire ora critiche alle acrobazie tecniche e tecnologiche (di cambi di registri) operate dall'organista di allora come finalizzate al solo spettacolo mi fa sorgere il sospetto che l'interlocutore non abbia ancora capito la grandiosità di un compositore che pensa orchestrale scrivendo per il re degli strumenti. Quindi, grazie Stefano per permetterci di apprezzare maggiormente l'opera di C. Franck.

Luci e suoni del Baltico a Vienna

Ieri sera ho assistito ad un concerto di rarissimo ascolto a Vienna. Si trattava di uno spettacolo audio-visivo, con musiche di compositori contemporanei e proiezione d'immagini di paesaggi, cieli stellati e viaggi nella Via Lattea sapientemente alternate con riprese (in diretta?) dei musicisti. Per questa occasione sono tornata all'università per la musica, ma stavolta nella sala Haydn, una piccola moderna sala da concerti. L'ideatore dell'evento, Lothar Strauß, ha sapientemente e simpaticamente introdotto l'iniziativa ed i vari brani e solo alla fine ho avuto la conferma che un'idea simile potesse venire solo da... Berlino. Il professore in questione lavora a Vienna da un anno, ma è nato e cresciuto nella frizzante capitale tedesca.

immagine della Via Lattea
Il concerto ha previsto: "Fratres" di Arvo Pärt (1935- ) per violino, orchestra d'archi e percussioni, "Ballata per arpa ed archi" di Einojuhani Rautavaara (1928-2016) ed il concerto per violino ed orchestra d'archi "Fernes Licht" (luce lontana) di Peteris Vasks (1946- ). L'orchestra da camera dell'università diretta da Vladimir Kiradjiev ha accompagnato le soliste Anastasia Harazade, Angela Rief e Indre Dromantaite. Quindi compositore estone, finlandese e lettone rispettivamente. Musicalmente Pärt è una rassicurante conferma. Ha un suo stile, scarno, fatto di suoni da ammirare singolarmente. Il brano si presterebbe benissimo ad essere adattato per violino ed organo ed è strano il compositore non l'abbia ancora fatto, nonostante le varie trascrizioni del pezzo per gli ensemble più vari. Rautavaara non mi ha colpito, vi ho trovato troppi "effetti speciali" ma niente di memorabile. Vasks, invece, è stata un'intensa e piacevole scoperta. Il suo concerto per violino ripercorre un po' la storia della musica, inserendo tecniche di vari secoli, ma allo stesso tempo è in una complessa e ben organizzata forma circolare. Come ha detto Strauß, non è da escludere un intento teologico nella composizione. L'orchestra se l'è cavata, il repertorio non era affatto facile. Il primo violino mi ha dato l'impressione di un carro armato, ma l'importante è il risultato. Le soliste sono state tutte brave. Nell'ultima traspariva la tensione ma effettivamente il brano era tecnicamente non facile. La sincronizzazione immagini-musica non era perfetta, in particolare i musicisti comparivano sullo schermo sempre un pizzico in ritardo rispetto a quanto suonato. Non avendo visto altre telecamere tranne una girevole posta di lato, credo che le riprese non fossero in diretta. Doppia fatica, quindi, coordinare il tutto a tempo.

Questo concerto fa parte di una serie di eventi dell'università in cui altri concerti con musica contemporanea e di provenienza "nordica" si alternano a mostre e proiezioni dell'istituto di cinema. In questo caso sono venuta a conoscenza dell'iniziativa grazie alla violinista di cui ho raccontato in precedenza, che qui suonava nell'orchestra d'archi, ma credo di mettere in programma altri concerti del festival. Come detto, una cosa simile è più unica che rara in una città musicale ma un tantino fossilizzata nell'accademismo come Vienna.

Metti una sera in conservatorio a Vienna

Dopo le consuete 10-11 ore in ufficio, qualche sera fa sono andata all’università musicale per assistere ad una prova pre-laurea di una violinista ed una violista. Ho conosciuto la violinista, italiana, durante le riprese di un documentario in cui entrambe abbiamo partecipato come comparse. Stanchezza e fame (non avevo cenato) sono passate all’istante appena varcata la porta di quel solenne edificio tutto illuminato in una fredda e buia serata d’autunno. Nell'aula c'erano già altri amici e conoscenti delle due laureande, tutti musicisti e di varie nazionalità. Il programma delle due ragazze era impressionante, specialmente per la violinista. Oltre a qualche solo, erano previsti anche passi di concerto accompagnati al pianoforte da una collega. Per un'ora e mezza sono stata trascinata nelle spire di Schubert e poi sulle vette di Brahms, passando per il ritmo travolgente di Bartok e la spensieratezza intelligente di Mozart. Un vortice senza fine. Anche di ricordi, dei tempi del conservatorio, i miei vent’anni, delle lezioni di solfeggio che impartivo dopo il diploma (complice la lavagna pentagrammata) e della mia prima esperienza viennese, quando giravo ovunque con la bici come questi ragazzi seguendo tutti i concerti gratuiti offerti dalla città. Alle 21:30 abbiamo dovuto scappare perché altrimenti non avrebbero più concesso aule per studiare alle due ragazze (sempre meglio del Pollini ove ai nostri tempi alle 18:30 sbattevano fuori se non c’era l’insegnante e trovare un’aula per studiare era sempre un’impresa impossibile). La serata è proseguita con una birra internazionale e musicale, in un locale pieno di fumo (sì, qui è ancora ammesso) e di studenti del conservatorio. Una tipica serata viennese bohemien.

© Universität für Musik und darstellende Kunst Wien
Dal punto di vista musicale, ho avuto l'occasione di riflettere sul nostro modo di fare musica. Entrambe le ragazze hanno dimostrato una buona preparazione di base, eppure ognuna rispecchiava l'origine. La violista francese gigioneggiava, le veniva naturale. Il repertorio romantico l’aiutava molto, un po’ meno Bartok. Nella violinista italiana, invece, trasparivano l'emozione e l'atteggiamento ipercritico verso se stessa. Ha mostrata un'abilità tecnica impressionante, con minime sbavature che non sarebbero nemmeno state notate se lei stessa non ci avesse dato tanto peso. Acciderbola, mi ci sono riconosciuta! I nostri insegnanti (anche in campo scientifico) ci hanno instillato l’insicurezza, talvolta per la loro ansia da prestazione, talvolta per poter mantenere il loro potere su di noi, talvolta per frustrazione (senza una carriera concertistica in corso) e talvolta per desiderio di stimolare l'allievo a dare il massimo e spiccare il volo. Finché non s'incontra l'insegnante che ci dà fiducia o non si raggiunge da soli la pace con se stessi, ci fissiamo degli standard di perfezione che proprio perché irraggiungibili umanamente ci lasceranno sempre insoddisfatti delle nostre performance. Nel caso della violinista, senza motivo, perché anche a livello interpretativo ha mostrato una maturità di tutto rispetto, decisamente maggiore di quella della collega francese, che suonava tutto più o meno con lo stesso approccio. Nel primo movimento del concerto di Brahms mi è venuta letteralmente la pelle d’oca! L'esito dell'esame le ha riconosciuto il talento che già in una semplice prova casalinga aveva mostrato. Mi auguro un giorno di sentirla per radio o meglio ancora dal vivo al Musikverein come solista.

Restando in tema autocritica, abbiamo il terrore del giudizio degli altri ma i primi insoddisfatti siamo noi stessi. Ci perdiamo il piacere di far musica, non ci rendiamo conto di essere dei privilegiati. Essere stata invitata ad una serata simile per me è valso più di una cena a base di pesce nel migliore ristorante della città. Eppure temo che solo chi abbia pianto e sudato cercando di sistemare un passaggio tecnico complesso, solo chi ha dovuto aspettare anni prima di suonare un pezzo decente e solo chi non ha smesso mai d’imparare e guarda con la curiosità e l’entusiasmo di un bambino qualsiasi nuovo spartito possa apprezzare fino in fondo un'occasione simile e godersela pienamente. Il vantaggio della musica è che può essere goduta a vari livelli anche senza averla studiata, nonostante potendola capire ci si trova come dopo aver imparato una lingua straniera e finalmente poter leggere un libro o vedere un film in lingua originale. In questo caso particolare non era tanto il comprendere il linguaggio musicale l'aspetto fondamentale per apprezzare la serata, quanto piuttosto la condivisione dello sforzo, degli anni, dell'ansia dell'esame, della paura del parere di chi ci conosce, etc. ossia del mettersi a nudo di fronte ad un pubblico. Tutto sommato, a posteriori, il rinfrescarsi di un'emozione complessa che ha lasciato una cicatrice di ricordi positivi e dolorosi allo stesso tempo.

Studio 4 e Schumann

C'è un imponente edificio in art deco che si affaccia su Flagey, si tratta della vecchia sede della radio belga. Dopo aver rischiato l'abbattimento, è stato recuperato ed ora ospita in continuazione rassegne musicali e cinematografiche. Ieri sera ho avuto modo di entrare nel mitico Studio 4, ove troneggia un organo (apparentemente il più grande del Belgio) semi smantellato ma che il mio maestro suonò, per sentire la prima serata di due programmate con l'integrale delle Sinfonie di Robert Schumann.

Il concerto di ieri prevedeva la Sinfonia nr. 1 in sib maggiore, detta la Primavera, la Fantasia in do maggiore per violino e orchestra op. 131 e la Sinfonia nr. 4 in do minore, eseguite dall'Orchestra de la Monnaie, diretta da Frank Beermann e con la partecipazione della violinista Saténik Khourdoian.

Orchestra ben rodata ed unita, di dimensioni rispettabili (ben 6 contrabbassi e 4 corni), violinista talentuosa, direttore navigato. C'erano tutti gli ingredienti per una serata eccezionale. Qualcosa, però, non mi ha convinto. La musica. Non ho alcuna familiarità con la musica sinfonica di Schumann, forse perché ogni tentativo di ascoltare una sua sinfonia mi ha lasciato con un leggero amaro in bocca. Non la capisco. Non posso dar sempre la colpa agli interpreti. Ci sono tratti che richiamano lo slancio romantico di un Mendelssohn, altri la forza di un Beethoven, altri ancora anticipano la solidità di un Brahms, ma nell'insieme mi dà l'impressione di mancare di qualcosa. Si tratta di gusti personali. L'orchestra ha fatto un ottimo lavoro, pur se con un'interpretazione un tantino scolastica. Degna di nota la giovane solista, che ha concesso un bis con l'intenso Recitativo e Scherzo di Kreisler, anche se pure in questo caso la prodigiosa abilità tecnica ha prevalso un po' sull'interpretazione.

Ciononostante questo concerto ha rappresentato un'occasione da ripetere. La sala ha un'acustica perfetta anche nella III balconata, pur se a mio parere risulterebbe troppo secca per l'organo. L'evento, organizzato da un gruppo internet, mi ha permesso di conoscere altri appassionati di musica con cui andare per concerti. Per qualche momento mi è sembrato di fare un salto negli anni '60-'70, all'auditorium della RAI di Torino. Purtroppo anche lì sono riprese le stagioni concertistiche ma l'organo funge da mera decorazione. Ennesima conferma della forte similitudine tra Italia e Belgio.