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Rigoletto al casinò

Finalmente di nuovo a Vienna, archiviati gli Europei è ripreso come ogni anno il Filmfestival a Rathausplatz ed ho ripreso la bella abitudine di vedere opere  liriche proiettate su uno schermo gigante di 300 mq. Una delle cose che mi è mancata in questi anni, assieme all’estate stessa. Per motivi vari, la prima opera scelta è Rigoletto di Giuseppe Verdi, nella versione del 2013 al Metropolitan di New York. Ecco la locandina: Piotr Beczala (Duca di Mantova), Željko Lučić (Rigoletto), Diana Damrau (Gilda), Štefan Kocán (Sparafucile) e Oksana Volkova (Maddalena), con la direzione musicale del giovane Michele Mariotti in una produzione di Michael Mayer.

Una scena, presa dalla rete.
La trasposizione nella Las Vegas degli anni ’60 mi suonava tremenda. Già in passato ho visto opere rovinate da modernizzazioni prive di senso. Invece in questo caso ho dovuto ricredermi. È stata fatta bene e la storia non era affatto meno credibile per questo. L’azione scenica agevole e naturale anche per i cantanti. Carina! L’unico problema per me, capendo a tratti cosa dicevano o conoscendo il libretto, era l’incongruenza tra un italiano arcaico ed un’ambientazione moderna. Sentir chiamare una cadillac “destriero” è veramente esilarante.

Le voci. Il duca ha una bella voce ma dovrebbe curare di più la pronuncia, la mimica facciale e soprattutto l'interpretazione in base al testo. Rigoletto non mi ha colpito particolarmente, nella media. Idem Maddalena, anzi forse un po’ pallida. Gilda, invece, se l’è cavata egregiamente a mio parere, pronuncia chiara e voce espressiva. La recitazione di Gilda è stata anche tra le più credibili, nonostante avesse ben qualche anno di più di quanto preveda il libretto. Il giovane direttore se l’è cavata egregiamente, sottolineando i dialoghi tra voci e strumenti solisti nelle arie, anche se sospetto che questo sia il risultato di un sapiente lavoro di tecnici del suono a posteriori.

Stranamente sono riuscita a sentire l’opera fino al termine, nonostante qualche lampo ed una brezza gelida. Soprattutto grazie alla compagnia di una collega tedesca, senza la quale probabilmente non sarei nemmeno andata al Rathaus. Al termine della proiezione il Rathaus si è illuminato come un albero di Natale. Bellissimo! Considerando i tempi in cui stiamo vivendo, mi ha sorpreso non vedere polizia, controlli e blocchi. C’erano centinaia di persone davanti quello schermo. Forse devo ancora recuperare la serenità ed il fatalismo locali. Certo che questa mania di autoscatti (ora si chiamano selfie) e di riprese in notturna con cellulari dotati di fari da proiezione più che di normali flash non ha molto senso, ci si perde l'attimo oltre a disturbare il prossimo.

Qualche sera dopo sono riuscita a vedere l'inizio dell'Orfeo di Monteverdi diretto dal compiano Harnoncourt. Musicalmente interessantissimo, ma la regia del 1978 mi era insopportabile. Onestamente anche le voci erano troppo "moderne" in confronto agli strumenti. Peccato. Gli avrebbero reso maggior onore con la proiezione del Vespro della Beata Vergine, cui assistetti ormai sei anni fa.

Alles Gute zum Geburtstag, Richard!

Qualche giorno fa, esattamente il 22 maggio, si è festeggiato il 200° compleanno di Richard Wagner. La tv e la radio nazionali tedesche gli hanno dedicato un'intera serie di programmi, scavando in tutti gli aspetti della sua vita e della sua produzione. Un consiglio personale, il brevissimo documentario "Wagner, Liebe, DDR", ove si scopre come la musica del grande sassone venne recepita ed eseguita durante il regime socialista nella Germania Est, nonostante la storica associazione della sua poetica con il nazionalismo.

Personalmente amo la musica strumentale di Wagner. Per i neofiti consiglio questo con la bacchetta di Karajan. Non riesco a comprendere le opere, troppo mitologiche e, ammettiamolo, lunghe per il mio spirito italico. Credo, però, che senza Wagner non avremmo avuto Puccini, la perfetta fusione tra l'umanità popolare verdiana ed il leitmotiv wagneriano. Vagando tra le varie ouverture strumentali a disposizione in rete, mi sono sempre irritata a leggere i commenti politici alle sue musiche. Perché apprezzare Wagner dev'essere legato a sentimenti nazionalistici (per non dire nazisti)? Una volta un commento mi fece sorridere, una ragazza scrisse: - Questa è l'unica musica di Wagner che non fa venir voglia ai tedeschi d'invadere nuovamente la Polonia. - Dubito fosse nelle intenzione del compositore istigare all'espansione territoriale i propri compaesani, ma non voglio entrare nella polemica. Solo godere della buona musica.

P.S. Tra qualche mese ricorderemo anche il compleanno di un coetaneo e "rivale" di Wagner, Giuseppe Verdi. Sogno un simile tributo televisivo-radiofonico ad opera della RAI, ma temo di sperare invano. Questo intendevo quando criticai il documentario su Bach ad opera di un regista-musicologo italiano: tutto il mondo c'invidia i nostri artisti ma noi lasciamo che leader politici facciano confusione tra opere liriche o s'approprino di melodie di tutt'altra ispirazione. Invece che spiegare ai tedeschi come eseguire Bach, dovremmo far comprendere loro che Pergolesi non va suonato come fosse Telemann...


Quartet: casa Verdi in UK

Stasera sono andata a vedere un film inusuale, un'opera prima, che merita un posto in questo blog perché ha a che fare con la musica. Il film è intitolato "Quartet" ed è diretto da Dustin Hoffman. Ha una trama molto semplice ed oserei dire leggera (una grande ex-cantante è costretta a trasferirsi in una casa di riposo per musicisti e qui re-incontra il suo ex-marito), ma il cast di tutto rispetto (tra cui una superba Maggie Smith), la delicatezza della regia nel trattare l'anzianità e le fulminanti battute britanniche rendono il film davvero godibile.

La musica, di repertorio (Verdi, Boccherini, Bach-Busoni, Haydn, etc.) ma anche abilmente "manipolata" dall'italianissimo Dario Marianelli, aveva una ruolo non indifferente nel film. La sorpresa è stata scoprire al termine che gli interpreti della maggior parte dei brani erano gli attori stessi della pellicola, veri ex-artisti e solo prestati al cinema. Ovviamente tranne i quattro protagonisti del quartetto vocale del titolo (dal Rigoletto, in un'edizione con Pavarotti e la Sutherland) che sono, invece, navigati attori professionisti, ma presumibilmente non musicisti per cui non vengono mai ripresi a scimmiottare le movenze di un cantante.

Da segnalare le scene in cui l'opera viene descritta e paragonata al rap in un improbabile seminario per ragazzini. L'unico neo, se proprio bisogna trovarne, è stato aver scelto un'opera lirica che non ha alcuna relazione con la vicenda dei protagonisti. Nel complesso, credo sia un modo piacevole per trascorrere una serata, rivalutando l'esperienza e l'entusiasmo degli anziani senza ipocrisie o depressioni e recuperando brani  musicali celebri in arrangiamenti nuovi. E per chi non sapesse cosa sia Casa Verdi, in qualche modo l'ispirazione per questo film, ecco il link.

metti una sera in loggione

Ieri sera mi sono concessa la Traviata alla Staatsoper assieme ad alcuni amici musicisti italiani che non vedevo da mesi, nonostante la comune temporanea emigrazione a Vienna. La locandina: Violetta Valery Ermonela Jaho, Alfredo Germont Francesco Demuro, Germont padre Giovanni Meoni, Direttore Bertrand de Billy e Regia di Jean-Francois Sivadier.

Bacchetta magnifica! Davvero una direzione notevole, curata nei dettagli, con un sapiente uso del rubato ma senza concedere troppo ai cantanti. Solo al momento di scrivere questo post mi sono resa conto che i due Germont erano italiani, in ogni caso mi avevano entrambi piacevolmente colpito. Non solo per la chiara pronuncia italiana (non scontata, nonostante la nazionalità), ma soprattutto per la resa musicale e per come sono entrati nei rispettivi personaggi. In questi condizioni un piccolo cedimento dell'intonazione su un tenuto si perdona. Al contrario non mi ha convinto il soprano. Tecnicamente brava ma senza cura alcuna per la pronuncia, piuttosto schematica nelle dinamiche, dal timbro non bellissimo, quasi roco (forse non era al top, nelle registrazioni ha un timbro molto più limpido), però queste carenze sono state in qualche modo supplite da un'ammirabile presenza scenica, a volte da diva, ma che non stonava con il personaggio di Violetta, abituata ad essere sempre al centro dell'attenzione, soprattutto maschile. 

La regia riproponeva il recente allestimento, creato appositamente per questo teatro e con la Dessay nel ruolo della protagonista. La scena era sempre estremamente scarna, il mobilio ridotto ad un numero variabile di sedie che periodicamente venivano scagliate a terra dai cantanti per sottolineare i momenti di rabbia, pannelli colorati ed un'enorme lavagna completavano il panorama. Nonostante dai costumi si evincesse una trasposizione della vicenda in epoche più vicine, l'ammodernamento non ha in alcun modo toccato la storia. Niente a che vedere con la controversa rappresentazione in Arena di Verona di qualche anno fa.

È stata una bella serata, più da ascoltare che da vedere per la posizione piuttosto laterale in loggione, ma l'opera italiana colpisce sempre nel segno. Posti in piedi, loggione, con vertiginosa vista sulla platea e la buca dell'orchestra, attorniata da musicisti e studenti, tutto per soli 3 euro. Nonostante ritenga i teatri storici italiani infinitamente più belli (Fenice, Scala, Petruzzelli, Massimo, etc., che mi sono dovuta accontentare di vedere in tv causa difficoltà logistiche), non credo che in Italia la nostra opera sia parimenti fruibile, visto che il massimo dello sconto concesso agli studenti del conservatorio era un biglietto da 6 euro per la prova generale, in mezzo a tumultuose scolaresche per la prima volta a teatro.


il Doge di Vienna

da sito Staatsoper

No, non è un errore, non volevo scrivere Venezia, anzi semmai la città corretta sarebbe Genova. Ovviamente mi riferisco al Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi che ha aperto la stagione alla Staatsoper in una sorta di prima della prima (non la nota trasmissione rai che mi avvicinò a questo mondo quando era trasmessa in orari decenti, ). Prossimamente ci sarà uno scambio con la Scala per cui la vera Prima della stagione viennese è rinviata di qualche settimana. Per la concomitanza dell'inizio della stagione alla Staatsoper e la conclusione del Film Festival di quest'estate, l'opera è stata trasmessa in diretta (o forse con un minimo di ritardo) davanti al Rathaus, ove l'ho vista.


Questo allestimento del Simon Boccanegra si rifà a quello del 2002, in questo caso con la direzione musicale di Paolo Carignani, regia di Peter Stein e con Placido Domingo (Simon), Ferruccio Furlanetto (Fiesco), Massimiliano Pisapia (Gabriele), Barbara Frittoli (Amelia), etc. Per quel che ho visto mi è piaciuta. Placido Domingo resta un tenore nel timbro di voce, ma la sue capacità sia espressive che recitative fanno dimenticare ogni possibile remore. La regia era semplice ma efficace, ricreando quell'atmosfera cupa di odio, invidia ed incomprensione, in cui solo alla fine l'amore e la riconciliazione trionferanno.

La maledizione degli spettacoli trasmessi al Rathaus, per cui non riesco mai a vederli fino al termine, ha colpito ancora. Questa volta la causa non è stato il maltempo ma un ospite stufo di seguire passivamente una scena buia senza capire cosa stesse accadendo. Aveva tutta la mia comprensione, non condivido la scelta di quest'anno di non proiettare il testo delle opere o la traduzione in sottotitoli. La platea era piena e mi domando come mai tanti austriaci vadano a sentire simili spettacoli non capendo una sillaba del testo perchè:
- cantato, specialmente per le voci femminili è arduo scandire le consonanti, molti cantanti poi non cantano nella loro madrelingua,
- cantato in italiano, lingua conosciuta da molti austriaci ma non al pari dell'inglese,
- cantato in italiano arcaico ed aulico, il libretto di un'opera dell'ottocento non è facilmente comprensibile nemmeno per un italiano che lo legge,
In questo caso l'opera non era nemmeno delle più celebri, come potrebbero essere Rigoletto o Traviata, e la trama piuttosto intricata. Credo che solamente un melomane affezionato al genere avrebbe potuto resistere fino al termine dello spettacolo, ma in questo caso la persona in questione avrebbe acquistato un biglietto alla Staatsoper e non sarebbe venuta a vedere una proiezione all'aperto!