Parsifal: l'oratorio incompreso

Oops, l'ho fatto di nuovo. Come recitava una banale canzone pop di qualche decennio fa ormai. Sono nuovamente andata a sentire un'opera di Wagner. Dopo il "Tristan und Isolde" mi sono concessa il "Parsifal", l'ultima fatica del compositore.

Il Parsifal è un'opera lunga (ca. 5h30, pause comprese), fortemente mistico-religiosa, tanto che a Vienna tradizionalmente viene eseguito nella settimana santa. Questa volta eccezionalmente la premiere è avuto luogo a fine marzo, perché l'opera si presentava con un nuovo allestimento. La locandina prevedeva cantanti di tutto rispetto (Geral Finley nella parte di Amfortas, René Pape in quella di Gurnemanz, Christopher Ventris nel ruolo del titolo e Nina Stemme come Kundry), diretti da nientepopodimeno che Semyon Bychkov.

BR-Klassik è più pesante di me nella critica (link)
Musicalmente una meraviglia! Come detto per il Tristano, Wagner trascende il concetto di opera teatrale, di dramma in musica, creando un flusso di coscienza con le note, o meglio con le armonie. In questo caso, Wagner ha cercato di rappresentare il senso del sacro, del mistero religioso, con momenti chiave della vita cristiana (la Comunione alla fine del primo atto, la tentazione nel secondo, il perdono con la lavanda dei piedi, il battesimo e la sacra unzione nell'ultimo, che si svolge il venerdì santo). Ad essere sincera, ho trovato alcuni lunghi monologhi puramente narrativi non particolarmente significativi, ma non succedendo molto il scena comprendo che ci sia la necessità di far conoscere all'uditore gli antefatti.

L'edizione ascoltata ha avuto una direzione magnifica. Non è mancata la pelle d'oca. Romanticismo puro, con una profondità travolgente, grazie agli otto contrabbassi e (stavolta) alla perfezione del settore fiati. Nina Stemme superlativa, sia vocalmente sia come attrice. Buona interpretazione anche quella di René Pape, nonostante si sia trattata di una sostituzione quasi all'ultimo momento. Più che discreto Christopher Ventris, anche se non ha raggiunto le vette del Gould del Tristano. Buoni gli altri comprimari. In taluni punti l'orchestra ha coperto il canto, forse perché i cantanti si trovavano in un registro non ottimale, forse per un coinvolgimento eccessivo del direttore o forse semplicemente perché quest'opera è stata pensata per il teatro di Bayreuth, con l'orchestra nel golfo mistico. Il pubblico, numeroso come sempre, ha mostrato di conoscere bene la tradizione e la composizione, non applaudendo alla fine del I atto ed aspettando che calasse il sipario per l'applauso finale, anche in segno di rispetto per l'aspetto quasi mistico della composizione. In certi punti si respirava più sacralità che nella maggior parte delle nostre chiese durante le messe domenicali...

La regia di Alvis Hermanis merita un commento a parte. L'intera vicenda, originariamente ambientata all'epoca dei cavalieri che custodivano il Sacro Graal, è stata trasposta nella Vienna dei primi del '900 con le architetture di Otto Wagner.  L'idea di giocare con l'omonimia di questi due grandi artisti è decisamente infantile. Ciononostante la regia era scenograficamente maestosa e ben fatta. Ambientare il tutto in un ospedale poteva pure vere un senso, ma non sminuire il senso mistico con una clinica psichiatrica, in cui il Graal è una riproduzione del cervello che s'illumina a tratti e la narrazione proiettata in gotico come fosse il racconto di un folle senza relazione con la realtà. A mio parere, il regista ha mostrato di saper fare un buon lavoro ma di aver completamente travisato il senso dell'opera. O di averlo voluto cambiare, ma senza riuscire a comunicarlo efficacemente al pubblico.

Non sparate sul pianista

Domenica scorsa ho avuto modo di sentire un concerto alla Klaviergalerie. Si tratta di uno spazio espositivo ove vengono riparati e venduti pianoforti ed ove studenti possono noleggiare aule per esercitarsi a prezzi modici. Quest'area comprende anche una sala ove vengono quasi regolarmente organizzati concerti. In genere ad ingresso gratuito ed offerta libera.

un'immagine dal web della Klaviergalerie
Domenica la pianista Anna Magdalena Kokits ha presentato una selezione di composizioni per pianoforte per periodo romantico ed il gruppo costituito da Giulia Brinckmeier (violino), Bas Jongen (violoncello) e Julian Yo Hedenborg (pianoforte) ha eseguito il Trio op. 1 n. 2 di Ludwig van Beethoven.

Ho sentito solo parte delle prove della pianista solista, ma ne ho avuto un'ottima impressione. Il pianoforte diventava un'estensione delle sue dita nell'interpretazione di un repertorio complesso. Il trio, di cui conoscevo la violinista (più volte citata in questo blog) ha dato una prova magnifica, sottolineando con leggerezza tutte le sfaccettature della composizione ed i repentini cambi di tempo e di umore. Unico difetto forse il "volume" del pianoforte, che di sovente sovrastava gli archi. Mi è pure venuto il sospetto che fosse in qualche modo voluto e non da imputare allo strumento o alla posizione. Il pianista in questione fungeva da organizzatore o almeno da portavoce e presentatore del concerto. In questa funzione ha cacciato la sottoscritta, arrivata con un po' di anticipo, ed ha fatto attendere lo scarso pubblico in piedi sulle scale, iniziando il concerto con circa 10 minuti di ritardo. Questo comportamento ha stonato letteralmente con l'idea di un piacevole pomeriggio musicale in un ambiente quasi familiare. Lo stesso pianista, al termine del concerto si è lanciato in un bis da solista, senza annunciare il brano. Se bis doveva essere, avrebbero dovuto farlo tutti. Tra l'altro, avrei volentieri sentito il talentuoso violoncellista in un assolo. Nel famigerato bis, il pianista ha mostrato di essere tecnicamente abile ma di non avere la sensibilità della collega che l'aveva preceduto. Considerando la sua evidente ansia da prestazione, avrei evitato volentieri un confronto diretto.

Wagner!!!

Finalmente c'è stata la mia prima volta con un'opera di Wagner dal vivo, alla Staatsoper di Vienna, con il Tristan und Isolde. Ciò è stato possibile grazie ad un regalo dei colleghi in Belgio, che mi ha permesso di prendere dei posti a sedere (non avrei retto cinque ore in piedi). Vi sono andata con due colleghe dell'università di Vienna, tra cui un'austriaca che per lungo tempo ha lavorato proprio all'opera come maschera e che conosce a menadito i lavori di Wagner.

foto: wiener staatsoper / ashley taylor
Cinque ore di opera, tra musiche e due pause. All'inizio ero preoccupata, reggerò? Soprattutto perché la trama è piuttosto semplice (come ha detto qualcuno, non succede praticamente nulla per gran parte del tempo) e non c'è una sola aria cantabile e memorabile. In realtà si tratta di un concetto di opera completamente diverso dalla classica opera italiana. Un flusso continuo di musica che descrive l'evoluzione di un sentimento, che racchiude la vita, il tormento, la passione e la morte. In Verdi le trame sono complicatissime, tanto che in taluni casi fatico a ricordare tutti i passaggi (vedi Trovatore o Forza del destino), ma abitualmente l'azione scenica si ferma per far partire la cabaletta che magari viene ripetuta una o più volte a seconda dell'abilità del o della cantante. In Wagner, nato nello stesso anno di Verdi, tutto questo non c'è. Si nota già dalla regia scarna, dai costumi semplici, i movimenti limitati. Potrebbero benissimo eseguire le opere di Wagner in forma di concerto, non cambierebbe nulla. La protagonista è la musica.

celebre caricatura del pubblico wagneriano dopo l'opera
 In questa edizione, con la regia di David McVicar, riprendendo una produzione ormai storica, lode a Stephen Gould nella parte di Tristan, davvero superlativo, nonostante per la prima volta in questo ruolo a Vienna. Voce molto bella e soprattutto duttile. Meno brillante, a mio parere, il soprano Petra Lang, Isolde, anche lei debuttante in questo ruolo a Vienna. Meglio Sophie Koch nella parte di Brangäne, ma forse anche più rilassata perché in un ruolo meno impegnativo.  Nella media gli altri cantanti. In ogni caso ci vogliono una preparazione particolare ed una resistenza non da poco per affrontare Wagner. Difatti non ci sono giovani cantanti ad affrontarlo. Ci si immagina i due protagonisti come dei focosi adolescenti, invece ci si trova davanti degli imponenti cinquantenni o quasi. Wagner è da ascoltare, non da vedere. La fatica fisica e mentale di portare avanti quest'opera grava anche sulle spalle del direttore. La melodia tende all'infinito, senza mai trovare riposo in una cadenza perfetta. È difficile riuscire a sostenere tale tensione continua. Non si tratta di Mozart. L'orchestra ha avuto un paio di palesi defaillance che probabilmente verranno superate nelle repliche, si spera. Ciononostante Mikko Franck ha dato una buona prova. Bella l'idea di mettere il coro maschile nella balconata dell'imperatore, al buio, con il direttore con una bacchetta luminosa ed uno schermo per seguire il direttore generale, invece di avere il coro dietro le quinte.

Ci sarà anche una seconda volta con Wagner? Spero proprio di sì, magari con la premiere di Parsifal, sempre alla Staatsoper. Devo prepararmi, però. Perché un'opera di Wagner lascia sempre distrutti nel fisico e nell'animo, anche chi l'ascolta, non solo i cantanti. È un'esperienza faticosa ma appagante.

Il concerto (il film)

Nel mese di febbraio non sono andata ad alcun concerto degno di nota, quindi in attesa di sentire finalmente un'opera di Wagner dal vivo, parlo di un film che ho visto qualche mese fa e che volevo vedere da tempo. Si tratta de “Il concerto”, film uscito nel 2010, quindi sette anni fa, visto dopo averlo preso a noleggio dalla biblioteca del paesino di montagna ove si trovavano in vacanza i miei quest'estate. Quando uscì non feci a tempo ad andare al cinema e non ero ancora abbastanza fluente in inglese per provare a vederlo nella versione doppiata.

La locandina del film
La storia. Un ex direttore d’orchestra russo (impersonato da Aleksey Guskov), che era stato defenestrato dal regime per non aver licenziato gli orchestrali ebrei, intercetta per caso un fax destinato al Bolshoi per un concerto da tenersi a Parigi. In modo rocambolesco rimette assieme l’orchestra con cui suonava 30 anni prima, in gran parte composta da musicisti ebrei, ormai occupati nei modi più svariati. Impone il concerto per violino ed orchestra di Cajkovskij come programma e pretende che la violinista sia Anne-Marie Jacquet (Melanie Laurant). Il perché di questa richiesta si comprenderà verso la fine del film.

Non amo il cinema francese e questo film mi ne ha dato conferma. Dialoghi veloci, assurdi, talvolta scurrili, storia interessante che cade nella burla ridicola e nella commediola, con finale “romantico” ed ovviamente inverosimile. Peccato! Lo spunto iniziale non era male. Un po’ come “Canone inverso”, del nostro Tognazzi, che invece risulta ben costruito. Attenzione, l’ultima mezzora del film è occupata dall’esecuzione PER INTERO del suddetto concerto di Cajkovskij. Per fortuna eseguito nella realtà da Anne-Sophie Mutter (magistrale!) e dall’orchestra sinfonica di Budapest. In ogni caso, gli attori se la sono cavata egregiamente, risultando abbastanza credibili anche quando fingevano di suonare o dirigere. Per i musicofili, notevoli gli interventi musicali, da Bach a Mozart. Nel complesso può essere considerato un filmetto leggero, giusto per rendere meno pesante o più attraente l'ascolto del celebre concerto per violino per chi aborre la musica classica.

Il direttore di coro

Lo scorso 19 gennaio sono nuovamente andata all’università della musica per un concerto. Stavolta si trattava del saggio di fine semestre degli allievi di direzione corale di Ingrun Fussenegger e di Thomas Lang. I primi hanno diretto un coro di studenti di composizione e di tecnici del suono cui anche loro facevano parte, mentre i secondi hanno avuto l’onore di dirigere elementi del WebernStudioChor, accompagnandosi a vicenda al pianoforte (o ai pianoforti). Questo ha determinato anche la diversa scelta del repertorio, più dall’ambito sacro a cappella per i primi e comprendente anche qualche brano operistico per i secondi, oltre a cori da grandi lavori come l’Elias di Mendelssohn e il Deutsches Requiem di Brahms. Per entrambi i gruppi gli autori scelti spaziavano dal rinascimento fino alla contemporaneità.

Il concerto è stato relativamente lungo, dato il numero di aspiranti direttori che si sono susseguiti sul podio (8+16), con una breve pausa ossigenante in mezzo. Oltre a qualche viso già visto in altre circostanze, c’erano pure due vecchie conoscenze, un organista e Stefano, di cui ho più volte parlato. Nel complesso se la sono cavata tutti. Chi ha tentato di dirigere a memoria, chi aveva la partitura orchestrale, chi si è perso con i pianisti in forte disaccordo tra di loro e chi ha trasformato il saggio in uno spettacolo. Dal punto di vista corale le sbavature sono state minime o addirittura assenti. Bello poter avere un coro a disposizione che non ha problemi d’intonazione o di lettura e che è relativamente pronto a seguire l’interpretazione del maestro. Peccato che nella realtà questi ragazzi avranno a che fare con cori di dilettanti, cui pure la corretta respirazione sarà sconosciuta. A parte quei pochi che avranno la fortuna di dirigere cori professionisti. Finché studiano, è giusto che gli aspiranti direttori (e direttrici, in numero crescente) si facciano le ossa con “strumenti” ottimali. Alcuni di loro fanno in parallelo (o hanno già concluso, come Stefano) il corso di direzione d’orchestra, ove è più facile avere davanti un gruppo di professionisti. Due “colleghi” scienziati, che lavorano in settori diversi, si sono uniti come pubblico e sembrano aver apprezzato il concerto, cui è seguita una lauta cena divertita, come ai tempi del conservatorio in Italia.
da qui
La serata mi ha permesso di riflettere sul ruolo del direttore di coro. In tanti anni da corista e da organista accompagnatrice ho visto parecchi direttori di coro, italiani e non. Solo due erano donne e di entrambe ho un buon ricordo in quanto carisma e chiarezza. Ho conosciuto direttori tecnicamente perfetti ma senza capacità d’imporsi sul coro o di dare un’interpretazione non scolastica ai pezzi ed altri dilettanti che comunque portavano a casa brani moderatamente complessi con dignità. Qui vorrei ricordare i direttori di coro più importanti per la mia formazione. Emanuele Pasqualin è stato il primo che abbia mai conosciuto. Ero adolescente ed iniziavo solo allora ad avvicinarmi allo studio strutturato della musica Come insegnante di solfeggio m’invitò ad entrare nel coro di parrocchia che dirigeva. Fu un grande regalo. Il mio contributo nel coro era praticamente inesistente, ma ho imparato molto. Ho anche avuto modo di partecipare al primo concerto dalla parte del “palco”, con un’esecuzione del Requiem di Fauré che per me resta la migliore mai udita, nonostante gran parte dei coristi non fosse in grado di leggere la musica. All’arrivo a Vienna, Erzsébet Windhager-Geréd, Kantorin nella Lutherische Stadtkirche, mi ha dato la possibilità di prendere parte per la prima volta a delle cantate di Bach, realizzando così un sogno. Ho sempre ammirato la sua energia, che riusciva a trasmettere anche ad un coro eterogeneo e stanco dalle giornate di lavoro, oltre all’attenzione al testo ed alla funzione nella liturgia. Rimanendo in tema musicale luterano, merita di essere menzionato anche Christoph Schlütter, il direttore della Ökumenische Kantorei a Bruxelles, con cui ho finalmente imparato a conoscere e ad apprezzare Schütz e Buxtehude. Purtroppo il coro era troppo piccolo o troppo poco preparato per garantire una resa ottimale, ma la sua interpretazione dei brani resta un grande insegnamento per me. Guarda caso, entrambi quest’ultimi hanno completato o stanno completando un dottorato in musicologia e sono luterani o lavorano per la chiesa luterana.

In conclusione, dirigere un coro non è facile, non ci si improvvisa direttori e non basta conoscere la teoria. Ci vuole la capacità di instaurare un’efficace comunicazione con i coristi, d’ispirare rispetto da parte loro senza però intimidirli. Il coro deve diventare un’estensione delle braccia del direttore, come un vero e proprio strumento musicale. Per questo, secondo me, è importante avere tempo per provare e per conoscersi vicendevolmente, anche con attività “sociali”, come è accaduto spesso sia con Erzsebet sia con Christoph e tentativamente anche con E. Pasqualin, ma ero troppo timida, giovane ed ignorante per comprenderlo. Personalmente non ho queste capacità, oltre a non avere la preparazione per dirigere un coro. Fatto curioso, per ben due volte ho iniziato come corista e poi sono stata pregata di accompagnare i cori all’organo. Spero di aver fatto un lavoro decente allo strumento, entrando in sintonia con le intenzioni del direttore. Al momento questo tipo di esperienze mi manca, per mio volere. Sono cambiata e devo ancora trovare il coro "giusto" per l'individuo musicale che sono ora. Per poter crescere ancora.

L'Attesa in compagnia dura meno

L’organo a canne funziona benissimo nell’accompagnamento di molti altri strumenti, voce compresa, ma credo che la tromba sia uno dei pochi strumenti che permetta un vero dialogo con l’organo, senza relegarlo al ruolo di basso continuo. Inoltre, il suono a tratti festoso ed a tratti solenne della tromba si accompagna magnificamente all’atmosfera natalizia. Ecco dunque un concerto perfettamente in tema col tempo, nel tradizionale appuntamento del 26 dicembre a San Lorenzo di Abano Terme, cui ho potuto assistere grazie al mio abituale ritorno in terra natia per le feste.

foto da qui
Programma: G.F. Händel Sinfonia dal Messia (adattata all’organo) e Suite II in re maggiore dalla Watermusic (per tromba ed organo), J.S. Bach Concerto in la minore BWV 593 da Vivaldi (organo solo), G.B. Viviani  Sonata prima per trombetta sola ed organo dai Capricci armonici da chiesa e da camera op. IV, J.S. Bach Nun komm der Heiden Heiland BWV 659 (organo solo), G.F. Händel tre movimenti dalla Sonata in sol maggiore HWV 603b (tromba ed organo), infine come bis una versione per flicorno nella parte del tenore ed organo del corale nel IV movimento della cantata Wachet auf ruft uns die Stimme BWV 140 di J.S. Bach. Alla tromba (e flicorno) Diego Cal ed all’organo Francesco Finotti.

Il programma può sembrare “popolare”, con autori tradizionalmente associati ad una simile compagine, ma le scelte interpretative operate sono state tutt’altro che banali. Il tema del concerto era l’attesa, quindi più d’Avvento, o forse… da fine dei Tempi. Francesco Finotti, organista onorario ad Abano ed autore del progetto di restauro dello strumento, ha mostrato tutti i colori dell’organo in questione, dando l’idea di avere davanti un'orchestra intera più che un semplice strumento a tastiera, specialmente negli interventi solistici. Diego Cal ha abilmente spaziato dall’agilità del trombino in la alla pienezza del flicorno. La collaborazione tra i due artisti ha deliziato il pubblico, forse meno tedesco e turista del solito. Chi segue questo blog, sa quanto apprezzi F. Finotti nel repertorio più “impegnato”, trascendentale, con analisi dello spartito che rasentano gli studi teologici, ma devo ammettere di aver gradito anche questo concerto, preparato con la stessa attenzione dedicata a Liszt o Franck in altre occasioni. L’oretta di concerto è volata piacevolmente, insegnando parecchio ai musicisti presenti. Non esiste repertorio "facile" o "banale", almeno non ne ho udito in questa serata.

Ritorno al Musikverein

Non ricordo l'ultima volta al Musikverein prima di lasciare Vienna, ma ricordo la prima, ben sei anni fa, per sentire Harnoncourt dirigere Monteverdi, con una collega italiana che stava per lasciare la città. A pensarci bene, probabilmente non fu la prima volta al Musikverein, ma per la prima volta presi un posto a sedere, accanto all'organo, invece dei soliti in piedi in fondo. Dopo esattamente sei anni, per la prima volta dal rientro a Vienna, sono tornata al Musikverein, stavolta nella sala Brahms, ma nuovamente con un posto a sedere. L'occasione è stato un concerto in cui suonava Giulia, la violinista di cui più volte ho parlato.

Il programma ha previsto: Purcell Music for the Funeral of Queen Mary, Britten Ciaccona in sol minore da Purcell, Pärt Canto in memoria di Benjamin Britten nella prima parte e l'intera messa da Requiem di Mozart KV 626 nella seconda. Con l'orchestra del Wiener Concert-Verein, con il coro della Radio Croata (che festeggiava 75 anni), diretti da Tonči Bilić, ed i solisti (nel Requiem) Ivana Lazar (S), Ivana Sbrljan (mezzo) Ivo Gamulin Gianni (T) e Ivica Čikeš (B).
la sala Brahms del Musikverein dalla balconata sopra il podio
A parte la scelta un po' funerea, il concerto mi è piaciuto molto. In particolare ho scoperto il Canto di Pärt, autore cui mi sto appassionando sempre di più, nonostante l'essenzialità della composizione rispetto al mio mito, Bach. Purcell è sempre solenne e Britten una gioia per gli orecchi. Non ho condiviso la scelta di alcuni tempi del Requiem, ma nel complesso esecuzioni piuttosto tradizionale, non straordinaria. Nessuno dei solisti ha brillato in modo particolare, il coro ha dato una buona prova, a parte un'occasionale leggera calata dei tenori. Non ho sentito la compagine particolarmente affiatata, eppure lo stesso programma era già stato proposto a Zagabria qualche giorno fa. Forse ha pesato un po' la stanchezza o forse l'impietosa acustica della sala.

Che impressione mi ha fatto tornare al Musikverein? Portandoci un collega che non c'era mai stato, ma che ama e comprende la musica, l'ho rivissuto con gli occhi della sorpresa. Per tutti i dettagli che io avevo dimenticato e che lui vedeva per la prima volta. Il concerto è stato seguito da una piacevole semicena con la violinista di cui sopra e Stefano, il compositore e direttore di cui ho parlato in precedenza. In pochi minuti si è creata una bella sintonia nel gruppo, come difficilmente mi era accaduto quando ho cercato di portare colleghi ad occasioni musicali e viceversa. È bello essere tornata a Vienna!